Voglia di Jam Session, si ma quella vera.

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Scritto da Guido e Angela

 

 

Ultimamente si fa un gran parlare di musica, di come dovrebbero mettersi le cose e soprattutto di come NON dovrebbero essere messe in pratica. Certo, questo capita a maggior ragione se i tre quarti delle persone che si frequentano sono a contatto con certi ambienti “artistici” o hanno aspirazioni in questo senso.

Nessuno vuole dettare legge e nessuno dice che quello che pensiamo sia giusto in assoluto, ma sabato sera, di fronte all’ennesima discussione su ciò che sarebbe necessario cambiare per rendere la realtà un posto migliore, si è cominciato ad analizzare il sempre più diffuso problema delle jam session.

Riunione (regolare o estemporanea) di musicisti che si ritrovano per una performance musicale senza avere nulla di preordinato, di solito improvvisando griglie di accordi e temi. (Fonte Wikipedia)

Se la logica non sbaglia, senza avere nulla di preordinato, significa che non si fanno accordi, che non si da la precedenza ad uno piuttosto che all’altro, che non ci si divide in gang, dove i componenti possono fare sfoggio di chi ce l’ha più lungo (il nome), che gli strumenti un tizio se li porta da casa, che persone sconosciute tra loro, fanno amicizia davanti ad una birra strimpellando gli strumenti improvvisando, inventando dal nulla qualcosa di nuovo che potrà anche fare schifo ma che è spontaneo, nuovo di zecca.

Quindi se wikipedia non mente, e noi sappiamo bene che non mente mai, e se il concetto è questo, e cavolo,sappiamo bene tutti che è così, perché ci si ostina a voler stravolgere le definizioni in peggio? Per i soliti quattro soldi facili? Va bene ammettiamo che magari non sono poi proprio facili, ma il concetto non cambia.

Pare che esista una sorta di monopolio, dove i furbi, che si sono fatti ancora più furbi, te li ritrovi tra i piedi in ogni locale, in ogni occasione, in ogni circostanza, il che sarebbe anche fantastico se solo i poveri malcapitati che chiedono una cosa semplicissima come poter suonare in libertà, non si trovassero costretti a strappare con forza dalle loro mani, chitarre, tastiere, bacchette e bassi, perché dal palco non schiodano nemmeno col piede di porco.

Sembra sia più facile intrufolarsi nel sistema e stravolgerlo, piuttosto di creare un gruppo proprio dove potersi esprimere in piena armonia senza dover sottostare a richieste assurde per accontentare quei o quelle quattro cantanti che hanno pure una certa età e che se non ce l’hanno fatta adesso non ce la potranno fare mai più. Ma che, attenzione, portano al locale amici, zii, nonni, nonne, cugine, cugini, nipotini che uno alla volta almeno una coca cola se la bevono e che ammirano estasiati il parente di turno che gode di cinque minuti di riflettore.

Forse il problema non è nemmeno questo. L’avidità ed il denaro stanno dietro alle nuove regole, create per altri da un gruppo esiguo di individui. La voglia di suonare per il semplice gusto di suonare si è persa lungo il duro percorso che porta (forse) alla celebrità.

Ma veniamo ai fatti concreti, più volte ci è capitato di assistere a delle “jam session” o almeno così ci venivano spacciate. La prima volta non te ne accorgi ma i componenti di queste Jam sono sempre gli stessi, suonano una scaletta preordinata, fanno cantare e suonare gli amici su cover preordinate.

Un artista ci racconta: “ sono andato a una Jam con un altro amico, abbiamo improvvisato, messo parole a caso, ma ad un certo punto arrivano i cosiddetti organizzatori e ci informano che non possiamo fare musica del nostro gruppo o repertorio. Alla mia risposta, sto improvvisando mi sento dire impossibile”.

IMPOSSIBILE?!? Quindi le leggendarie Jam Session degli anni quaranta del Minton’s Playhouse di New York, che dopo l’orario di chiusura ospitava musicisti come Ben Webster e Lester Young e i giovani della nuova leva bebop come Thelonious Monk, Charlie Parker e Dizzy Gillespie sono origine di una malata fantasia?

Quindi il bonus CD dell’ultima versione dell’album Layla di Eric Clapton con uno dei suoi primi gruppi (Derek & The Dominos) che include una serie di registrazioni in jam session fra Clapton, i membri della sua band e altri musicisti non esiste?

No, nulla è stato inventato, questi incontri spesso si trasformavano in vere e proprie competizioni fra virtuosi e sarebbe bello poter portare queste esperienze anche da noi con i musicisti veri che giocano facendo musica, la clientela verrebbe di sicuro, divertita, affascinata, non verrebbe di certo per fare un karaoke preconfezionato bevendo una bottiglietta di acqua da mezzo litro.

Chi vuole promuovere la musica secondo la nostra opinione non dovrebbe farsi trasportare dal prendo tutto ora ma coltivare questa passione. In questo modo potrebbe creare un polo di attrazione nel quale la nuova musica, quella sconosciuta dai più, diventa curiosità. Promuovere l’arte non è solo una vocazione, bisogna saperla promuovere con una dose di sana onestà.

Il vero pubblico da Jam Session si aspetta la Jam Session e non un Karaoke Live, l’artista che vuole improvvisare viene messo da parte in malomodo da chi non conosce l’improvvisazione, oppure la conosce ma non vuole farsi rubare il palcoscenico in quanto viene pure pagato.

Pagato si avete capito bene. Chiamatele come vi pare ma non provate a infangare la storia della musica chiamandole Jam Session.