Tutto il blues (hardcore) di “Blue”, il disco d’esordio di Boetti

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Boetti è un duo pratese dalle sonorità fortemente rock (no, i Maneskin non c’entrano nulla…) che oggi ha pubblicato il proprio disco d’esordio dal titolo “Blue“; il duo, che in passato aveva dimostrato più volte di avere un certo debole per l’interdisciplinarietà artistica mescolando arte visiva (basti pensare, semplicemente, al nome d’arte della band) e musica, sceglie il colore blu per raccontare l’atmosfera lisergica di una generazione persa, che non può che riconoscersi (o provare reazioni allergiche: in entrambi i casi, il risultato potrà dirsi raggiunto per Boetti) nelle parole di “Blue“.

Il disco si presenta come un monolitico e compatto omaggio alle radici rock’n’roll della band, che ha realizzato registrazioni e arrangiamenti nel tempio rock di Andrea Pachetti (storico produttore, tra gli altri, di The Zen Circus, Emma Nolde e Dente), al 360 Music Factory; otto tracce al tritolo che esplodono in faccia all’ascoltatore fin dal primo play, scavandosi un posto privilegiato nel cuore di chi, dopo mille batoste, ancora crede nella possibilità di una rivoluzione che sia prima di tutto personale.

“Psicomadre” diventa così il nume tutelare di Boetti, che in “Loreto”, “Golden Boy” e “Basta” (l’ordine proposto, qui, non è casuale) sembrano essere decisi a far piazza pulita di ogni forma di retorica del proprio tempo; chitarroni spianati, cantato che sa di urlo generazionale e una macina ritmica degna del miglior hardcore (quanta contaminazione, in “Blue”!) segnano il passo – a ritmo spedito – di un lavoro complesso senza essere cervellotico, che in “Boetti blue” si guadagna il diritto alla declamazione poetica e allo slancio invettivo. Le altre tracce “Agosto Blue”, “6.5” e “Terza età” confermano un’attitudine al lirismo che non cede il passo, mai, all’autoreferenzialità fine a se stessa: Boetti parla di sé parlando a tutti, perché capace di farsi portavoce di una generazione allo sbando che ha bisogno di nuove parole per raccontarsi e ritrovarsi.

E chissà che, alla fine, “Blue” non serva proprio a questo.