Tra rap, urban e canzone d’autore: il mix (riuscito) di Leo Lennox

132

Leo Lennox non è un nome qualsiasi; certo, il ragazzo non ha fin qui tirato fuori un numero sufficiente di conferme utili a dimostrare l’intrinseca bontà del progetto.

Tuttavia, è inutile sottolineare che, se abbiamo voluto fare qualche chiacchiera con Leo, è perché nei suoi primi due singoli si respira qualcosa che non sentivamo da tempo: onestà intellettuale, urgenza e un certo tipo di direzione artistica che merita di essere valorizzata, e lasciata crescere libera da costrizioni e modelli.

Leo si è dimostrato fin da subito disponibile a farsi due chiacchiere con noi, e noi – dal canto nostro – abbiamo colto la palla al balzo!

Ciao Leo, facci sapere come stai utilizzando una frase della tua nuova canzone per Revubs Dischi, “Pour Moi”.

Ciao, grazie mille per lo spazio. Devo ammettere che è un periodo strano della mia vita: tanti cambiamenti, incertezze e voglia di ritagliarmi uno spazio nel mondo della musica. Lo avverto come un periodo di transizione in cui ho preso coscienza delle mie fragilità e sto lavorando molto su me stesso, quindi la frase di “Pour Moi” che più rispecchia questo momento è sicuramente “Io non ho paura del buio, perché nel buio mi sento a mio agio”.

Arrivi a questo tuo secondo singolo dopo “Diario”, con il quale hai esordito qualche mese fa: una confessione a denti stretti che in qualche modo ricorda anche il mood di “Pour Moi”. Insomma, ti piace confessarti in musica! Quando scrivi, da cosa parti? Qual’è il momento in cui capisci che quello che hai di fronte potrebbe essere il pezzo giusto?

“Diario” è stato il primo brano pubblicato per Revubs Dischi, ma in verità l’introspezione è sempre stata una peculiarità della mia penna, lo si può riscontrare da tutti i miei precedenti lavori.

Quando scrivo mi viene del tutto naturale “confessarmi” e raccontare ciò che sono, è il motivo principale per cui faccio musica: sentirmi del tutto libero e fuori da qualsiasi schema imposto. È così che nascono i miei brani, credo che la sincerità e la spontaneità possano sempre ripagare.

Tra l’altro, credi possa esistere un collegamento fra le parti? Un filo rosso che permette di connettere “Diario” a “Pour Moi”?

Ritengo che “Diario” e “Pour Moi” possano essere accomunabili per certi versi, ma rappresentino al contempo due lati della mia personalità artistica ben diversi. Se in “Diario” ho raccontato momenti intimi in preda ad un turbinio di emozioni, con “Pour Moi” ho sentito il bisogno di dare vita ad uno storytelling incentrato sulla paura ed il bisogno di lasciare andare la persona amata.

“Pour Moi” racconta di un amore finito male, che però sembri deciso a superare. Quando si ama, in fondo, lo si fa sempre per sé stessi, altrimenti il rapporto rischia di degenerare in dipendenza; che rapporto hai con le canzoni d’amore, con tutto ciò che riguarda il sentimento? Nonostante tu provenga dall’ambiente del rap, la tua scrittura sembra risentire parecchio del cantautorato…

Sono molto contento che abbiate percepito l’influenza che il cantautorato ha sulla mia musica. L’amore, di qualsiasi tipo esso sia, è il carburante che mi permette di vivere. Le emozioni forti mi spingono a raccontarmi e a raccontare e spero vivamente di trattare l’argomento love con autenticità e non con banalità. Ho lavorato tanto per questo e spero di dare il giusto valore ad un argomento così importante, che viene spesso trattato in maniera superficiale e poco originale.

La quarantena ha inciso sulle vite di tutti, inevitabilmente, ma il percorso di “autoanalisi forzata” lo avevo intrapreso già da diversi anni. Sicuramente il lockdown ha influito negativamente sulla mia creatività, ma fortunatamente sono riuscito a trarre il lato positivo dall’isolamento e a concentrarmi maggiormente sulla mia musica. Scegli tre dischi che salveresti dall’apocalisse e uno che pensi debba essere scoperto.

Bellissima domanda: salverei assolutamente i miei 3 dischi preferiti, ovvero “Racine Carreé” di Stromae, “Laska” di Mecna e “Currents” di Tame Impala.

Vorrei che venisse posta maggiore attenzione su un bellissimo disco del 2014, “Orchidee” di Ghemon.