Tra le canzoni disperatamente belle di Bibopolare

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Vi ricordate di Bibopolare?

Spero bene di sì, perché ve ne abbiamo raccontato il disco – e con parole ben entusiastiche – giusto qualche giorno fa: “Com a na crap” ci ha colpito fin da primo ascolto (nonostante, come ammetta lo stesso Bibo, non si può certo definire come un disco «facilmente ascoltabile»), e fare qualche domanda all’artista lucano era un dovere culturale e quasi morale. Eccone il risultato:

Ciao Bibopolare, è un piacere averti qui! Domanda per rompere il ghiaccio: tre aggettivi utili a descrivere la tua musica, e uno che invece non gli appartiene affatto.

Ciao! Grazie mille per questo spazio! La mia musica la definisco: ribelle, non appartenendo alla musica leggera di tutti i giorni porta con sé un’aria alternativa; malinconica ma non triste, volta a confortare chi come me ha passato o sta passando momenti bui, accarezzandoli con la mia musica; sperimentale, non è inquadrata in un chiaro genere ma ne contiene diversi mischiati insieme, mi piace l’idea di non appartenere ad un filone specifico. Un aggettivo che non gli appartiene? Facilmente ascoltabile, è un disco che a chi piace il primo ascolto può non bastare. Bisogna digerirla e magari col tempo comprendere il testo per farsi coinvolgere completamente nell’esperienza.

Come nasce il tuo rapporto con la musica? Sei uno che esordisce, oggi, ma che sembra avere spalle già robuste a livello musicale: da “Com a na crap” emerge una consapevolezza che non è comune…

Scrivo canzoni da cinque anni ma ho sempre avuto una grande paura a mostrarmi musicalmente e non, sia sui social che in pubblico. Avevo parecchia vergogna perché non avendo preso lezioni né di canto né di chitarra o musica in generale, giudicandomi dilettante e paragonandomi ad esempio ad una persona laureata al conservatorio, ho sempre pensato che sarebbe stato meglio non confrontarmi con qualcuno perché mi avrebbero giudicato per le mie stonature o composizioni non molto comuni. Poi son cresciuto e ho cominciato a sciogliere queste catene e ad uscire dagli schemi mentali che bloccavano il mio viaggio, liberandomi da questi pensieri controproducenti e lasciando parlare la mia musica.

Certo, un disco non è mai un’impresa semplice da portare a termine. Raccontaci il momento più bello e quello più brutto della preparazione di “Come a na crap”.

Il momento più bello è stato quando io ed un mio amico nonché batterista del progetto andavamo in una cantina di 3 mq dove provavamo queste canzoni ma anche a suonare tutt’altro. Lui aveva una batteria con pelli silenziate ed io l’amplificatore praticamente spento per suonare piano perché la signora del piano di sopra sentiva tutto e ci urlava contro. Non sapevamo che quello sarebbe stato l’inizio di tutto. È un ricordo magico.

Il momento più brutto è stato quando con le canzoni pronte dovevamo cominciare a mixare e masterizzare il progetto e ci furono sei mesi o più di stop totale dove in quel periodo causa vari problemi non stavo molto bene e l’unica cosa che volevo fare era concludere questo progetto ma per vari motivi ci siamo fermati senza sapere quando potevamo concludere il tutto.

Dando un ascolto ai tuoi brani, alcune parole ritornano spesso. Te ne dico tre, e se ti va sarebbe bello ce ne parlassi: fame, soldi, aspirazione.

Fame è un concetto molto importante e forte. Nel periodo in cui scrivevo le canzoni di questo ep non avevo un lavoro e facevo fatica a sostenermi. Per mia grande fortuna abitavo con la mia ragazza che mi ha aiutato ma comunque mi sentivo parecchio in colpa per qualsiasi cosa. Devo molto a lei. Fame era e rappresenta tutt’oggi anche la voglia di fare, quella fame irrequieta che mi porto da sempre, sin da quando non potevo realizzare i miei progetti e tutte le idee musicali e artistiche che desideravo.

I soldi proprio perché son mancati hanno rappresentato un elemento principale nella mia vita perché volevo cercare la mia indipendenza ma sembrava un sogno irrealizzabile che procedeva a stenti e a fatica, una situazione precaria che ledeva la mia tranquillità.

L’aspirazione è per me quotidianità. Aspirare al meglio, desiderare ardentemente, raggiungere la serenità per poter fare musica godendomi il processo creativo senza dover essere afflitto da problemi economici o situazioni simili.

Tra l’altro, il disco contiene anche delle tracce strumentali, o quanto meno prive di cantato. Certo che la sperimentazione sembra essere il fulcro pulsante del tuo lavoro. Quali sono stati i tuoi principali riferimenti (musicali e non) nella scrittura di “Com a na crap”?

Ci sono parecchie ispirazioni che tutte insieme possono disegnare il quadro completo della mia musica. In primis c’è l’evidente influenza di Pino Daniele e tutta la cultura Neapolitan Power, la magica scoperta di Enzo Carella per poi passare al post-punk di King Krule e altri artisti della scena soul di Londra come Puma Blue o Cosmo Pyke.

Il gruppo che mi ha stravolto sono stati gli Hiatus Kaiyote, mentre influenze italiane contemporanee menzionerei Serena Brancale e Venerus.

Scegli una canzone che senti in modo (se possibile) più intenso delle altre e spiegacene il perché.

“Nient” è la canzone più riuscita. Mi sono sorpreso io stesso di come abbia creato una melodia su degli accordi così complessi; di solito faccio molta fatica a trovare quello che funziona tra voce e accordi ma in questo caso il processo è stato spontaneo, producendola nuda e cruda così come si sente. Il lato sperimentale della seconda parte della canzone è stato qualcosa di magico che col batterista sembra sia uscita quasi in automatico soprattutto l’assolo finale della balena.

Certo, ora sarebbe bello vederti dal vivo però. Ci sono cose in vista, per quest’estate?

Quest’estate spero di sì! Covid permettendo sono volenteroso di fare live, ho già pronti nuovi spunti per lavorare sul prossimo progetto e suonarle live col gruppo. Sarebbe un sogno.