Tra i fiori di Giovanni Artegiani: intervista all’artista umbro

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Qualche giorno fa, quando in redazione è arrivata la proposta stampa di Giovanni Artegiani, ci siamo tutti convinti (trascinati dal piglio elettronico del progetto, connotato però da forti spunti autorali) che fosse necessario dedicare spazio all’artista umbro perché lo merita: buoni spunti di scrittura fanno il paio con una produzione curata nel modo giusto. Abbiamo avuto modo di parlarne nella nostra recensione al brano di qualche giorno fa: oggi, invece, facciamo quattro chiacchiere direttamente con l’artista.

Giovanni Artegiani, cantautore umbro che oggi torna con un singolo che mescola rock ed elettronica. Partiamo proprio da te: che rapporto hai con la tua terra, e quanto credi che il mondo dal quale provieni possa influenzare la tua scrittura, la tua visione delle cose?

Il mio rapporto con Perugia, la mia città, in questo momento è un po’ come il rapporto con i genitori a 20 anni: gli vuoi un gran bene, e sai che quando torni da loro starai bene, però nella vita di tutti i giorni finisci per costruire una distanza fra te e loro, crearti quello che sarà il tuo mondo. Amo Perugia ma so che per tanti anni non vivrò lì.

In effetti, la tua musica pare essere contaminata da una pluralità di ascolti diversi: Radiohead e rock d’oltremanica, ma anche un sacco di pop d’autore. Qual’è la storia di Giovanni Artegiani, come ascoltatore prima ancora che come musicista?

Ho iniziato suonando la batteria in un gruppo pop/rock e quindi i miei primi ascolti da musicista sono stati l’alternative rock, l’ indie rock, il britpop. Poi ho iniziato a scrivere a 17 anni e ho recuperato i cantautori che non avevo mai approfondito, anche se molti in realtà li ascoltavo già in famiglia. Oggi mi incuriosisce molto la scena hip-hop, rap, trap italiana e non solo, l’indie pop inglese e francese, e poi altre cose più dal passato come il post-punk inglese, e grandi artisti iconici come Morrissey, che in questo momento sto ascoltando molto. Oltre a questo ovviamente il pop italiano, con tutte le sue sfumature, nel quale credo di potermi includere.

E invece come ti sei avvicinato alla musica?

Mio fratello ha molti anni in più di me e quando suonava la batteria al liceo ero un bambino che imitava nell’aria le sue rullate. Così a 14 anni sono andato da mia padre e gli ho detto che volevo rimontare la batteria, ormai inutilizzata da 10 anni, in garage. Da lì è partito tutto, la prima band e poi il passaggio a chitarra e pianoforte per scrivere.

“Fiore” è solo l’ultima di una serie di pubblicazioni che si susseguono da anni. Anche il tuo sound è molto cambiato, rispetto ai tuoi primi lavori, e forse può aver avuto un impatto in tal senso la tua collaborazione con un producer come Altrove, che qui abbiamo già avuto modo di conoscere. Ci racconti come vengono “lavorati” i tuoi brani?

Certo, Marco aka Altrove è stato una grande scoperta in termini di produzione, sono molto felice di come ha approcciato il progetto e di quello che stiamo facendo insieme musicalmente. Io solitamente faccio delle produzioni molto rozze, per dare un indirizzo all’arrangiamento e da lì partiamo. Poi lui da lì lui fa le sue magie.

Parliamo di “Fiore”, e scendiamo subito nell’emotivo: qual’è la cosa che ti fa più paura, in un rapporto d’amore?

Mi fa paura quando mi sento solo dentro la coppia, e per pensieri miei che a volte abitano la mia mente e mi allontanano dalla situazione. A volte per 5 minuti, a volte di più. Poi ho paura di fare soffrire le persone più belle che incontro, perché temo di non essere mai completamente dentro a qualcosa, e ho paura che io finisca a mostrare più di quello che davvero provo. E ovviamente anche io ho paura di prendere qualche bella batosta.

In “Fiore”, descrivi una condizione emotiva dalla quale siamo passati un po’ tutti. Ma da cosa scaturisce il brano?

Dalla fine di qualcosa, che sentivo veramente importante. Ma questo non è stato abbastanza per restare.

Che rapporto hai con i ricordi?

Buono, non sono un nostalgico. Sono abbastanza proiettato nel presente devo dire. Quindi il bel rapporto con i ricordi nasce dal fatto che non li carico col tempo di significati che in verità nella realtà non avevano.

Senti, salutaci consigliandoci un disco che hai ascoltato recentemente.

“Nonante-cinq” di Angèle.