Tra arte e scienza: alla scoperta di Marco Sirtori

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Marco Sirtori: voce profonda e un amore viscerale per il Jazz, ha recentemente pubblicato il singolo “Personal Jesus”, cover del famoso brano dei Depeche Mode. In realtà, la vita di Marco ha mille sfaccettature. Basti pensare che è un professore universitario a livello internazionale  e che scrive e pubblica di scienza. Una figura, la sua, che merita di essere approfondita. Noi ci abbiamo provato con questa intervista.

Chi è Marco Sirtori? Descrivi te stesso e il tuo progetto musicale.

Da una parte sono uno studioso che pone da sempre al centro dei suoi studi il rapporto tra le arti: poesia, musica, teatro. La mia attività prevede la pubblicazione di lavori scientifici (ho un libro in uscita), ma scrivere per me è soprattutto un’arte che richiede un inesausto lavoro di lima. Tutto questo è al servizio dell’insegnamento: ho circa sei-settecento studenti all’anno, tra i quali molti stranieri (tengo un corso annuale all’università di Lione e una Summer School internazionale); tra i tanti miei corsi quello forse più apprezzato è dedicato al rapporto parole-musica, dal Rinascimento alla canzone italiana di oggi. A questo affianco da sempre la musica, che intendo soprattutto e di nuovo come ricerca. Questo brano è infatti il shipflag di un album che uscirà a inizio dicembre e che rappresenta un punto d’arrivo molto importante per me, perché conclude due anni di lavoro intenso sia nella composizione, sia sulla mia voce, grazie alla guida di Marquica. Credo di aver forgiato un mio stile e modellato la mia voce: ora la riconosco e mi piace, anche se ovviamente so che ho ancora un grande margine di crescita. La ricerca prosegue e ogni risultato è suscettibile di essere presto superato. Altrimenti si perde l’entusiasmo!

Quanto hai iniziato a dedicarti alla musica e quanto tempo occupa nelle tue giornate?

Ho iniziato a compiere studi musicali da ragazzino e come molti ragazzini all’inizio sono stato osteggiato dai genitori; si sa, nella mentalità comune di ieri e di oggi la musica difficilmente ti può dar da vivere (cosa non vera, o non del tutto vera). Sui dodici anni sono riuscito ad affittare con la mia paghetta un pianoforte sgangherato per diecimila lire al mese e ho cominciato a prendere lezioni di pianoforte classico, seguendo il programma del conservatorio, dalle sonatine di Clementi agli studi di Chopin, per poi studiare contrappunto, armonia e composizione. A questo si è accompagnato lo studio della grande tradizione musicale e la scoperta del jazz; per il pop e il rock invece il mio amore è stato sempre costante. Da adolescente, a parte le ore di studio e di lettura dei grandi classici antichi e moderni, vivevo solo di musica. Sui vent’anni, come molti, ho formato una band di pop-rock italiano e poi ho lavorato come arrangiatore. Oggi, ovviamente, la musica rappresenta ancora una parte molto importante della mia esistenza, ma si affianca all’insegnamento e alla ricerca; ogni momento di libertà è dedicato alla composizione, al programming e alla produzione. In fase di chiusura dei progetti lavoro soprattutto di notte, che è anche il momento più felice per esprimere la mia creatività.

Sei un professore ma sei anche uno studioso che non smette mai di imparare. In che modo questi aspetti si riflettono sulla tua musica?

Ho scelto la mia professione proprio perché ti dà la possibilità di imparare e scoprire cose nuove ogni giorno. I miei studi sulla musica e i corsi che tengo all’università sono fonte di continui stimoli e mi spingono ad arricchire il mio stile musicale. Qualsiasi genere musicale ti può dare delle idee. Questo si accompagna perfettamente alla disciplina giornaliera alla quale ti costringe la musica (ovviamente se sei un musicista serio) e che sola può farti migliorare a qualsiasi età. Per un artista è importante evolversi, seguire un continuo processo di metamorfosi che è sia cambiamento e scoperta, sia miglioramento, raffinamento progressivo della capacità di comunicare ciò che vuoi comunicare. Altrimenti come artista avvizzisci, perdi interesse, ti annoi e finisci per annoiare gli altri.

Ti presenti al pubblico con il singolo “Personal Jesus”. Perché una cover e perché proprio questa?

L’interesse per le cover nasce da una specifica passione, quella per l’arrangiamento. Trovo molto stimolante da un punto di vista creativo rielaborare, far proprio, rendere personale un pezzo scritto da altri con altri intenti, per altre voci e, magari, per un pubblico completamente diverso. Il lavoro sulle cover (altre 9 saranno affiancate a Personal Jesus così da formare l’album che uscirà all’inizio di dicembre) è per me un passo fondamentale per sviluppare un mio stile personale imponendomi delle difficoltà che a volte paiono insormontabili. Ci sono molti pezzi che ci sembrano ormai “classici” e dunque intoccabili. Lavorare su un pezzo altrui pone dei vincoli e così ti costringe a superare difficoltà che invece con un brano tuo probabilmente aggireresti. Tra scrivere un proprio brano e rielaborare una cover creativamente, ovvero senza riprodurre banalmente l’originale, corre la differenza tra il fare una corsa campestre, in totale libertà di movimento, e partecipare a una corsa ad ostacoli. Perché poi proprio questo brano dei Depeche Mode? A parte il fatto che è un vero ‘classico’ del suo tempo, un brano stupendo, con una energia inesauribile, il pezzo fa parte della mia formazione: i Depeche esordirono proprio negli anni in cui maturavo la mia passione per l’arrangiamento, proponevano uno stile nuovo, fortemente contemporaneo e ancora attuale. Poi, per la verità, tutto è nato un annetto fa da un’idea creativa: dare al brano un taglio classico-jazz che si confacesseal mio stile personale e alla mia voce con le sue profondità e asprezze.

Nel tuo sound echi di Jazz. Quali sono i tuoi riferimenti stilistici?

Molti. Non credo di riferirmi stilisticamente a qualcuno, sarebbe troppo ambizioso confrontarsi con certi giganti. Ma è vero che da sempre ascolto il jazz del passato e di oggi a tappeto e questo ha indubbiamente un impatto forte sul mio modo di fare musica. Sono curiosissimo e qualsiasi nuovo e antico artista mi può interessare. Ovviamente al primo posto vengono i giganti dell’era d’oro del jazz, che non avrei nemmeno bisogno di citare (Oscar Peterson, Bill Evans, Duke Ellington, e tanti altri), ma adoro soprattutto le eleganze orchestrali e le raffinate atmosfere intime degli anni cinquanta e sessanta, quello stile che così bene si sposava con le voci vertiginose di Louis Amstrong, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Frank Sinatra, Mel Tormé. Ora seguo soprattutto artisti che hanno saputo oltrepassare gli sperimentalismi a volte eccessivi degli anni settanta e ottanta, uno stile che talora può sembrare virtuosismo masturbatorio (scusate l’espressione!) per approdare a una musica pienamente godibile: MelodyGardot, Gregory Porter, José James, e ancora Veronica Swift, Jazzmela Horn, Richael Price, Catherine Russel, Cécil McLorin Salvant. Molti altri avrei a citare.

Prossimi progetti?

Sto attualmente mettendo gli ultimissimi ritocchi ai brani che comporranno l’album in uscita a dicembre. Poi dovrò dedicarmi alla promozione del disco, cosa che è oggi davvero molto impegnativa, come un secondo lavoro. Nel frattempo voglio chiudere il mio progetto sulle cover con un mini-album, già in parte prodotto, con brani dei grandi compositori italiani degli anni sessanta, da Bruno Martino, a Tenco, a Umberto Bindi e Pino Donaggio. Dovrei terminare il tutto entro l’estate in modo che da settembre 2022 potrò dedicarmi a un progetto di miei brani inediti.