Terre che uccidono e canzoni che salvano: passeggiata tra fauni con gli Aftersat

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Gli Aftersat sono una band particolare, che sembra ben decisa a farsi notare sulla scena non tanto piegandosi alle esigenze del mercato quanto piuttosto tentando in tutti i modi di “sensibilizzare” il mercato a nuove vie, a nuove modalità di pensarsi: siete stufi di ascoltare gli stessi successi “in provetta” dell’ennesimo artista mainstream? Stanchi della plastica delle playlist editoriali, dove ogni canzone sembra uguale a quella che la precede e la segue? Molto bene, allora gli Aftersat potrebbero essere il progetto che fa per voi.

La band campana ha già percorso tanta strada, da quando è partita: diversi premi prestigiosi, numerosi viaggi in lungo e in largo per l’Italia alla ricerca di un pubblico che potesse trasformarsi, il prima possibile, in vera e propria “comunità” per una proposta musicale che affonda le radici nella ricerca, nella sperimentazione e allo stesso tempo nel recupero di qualcosa di originario, prima ancora che di originale.

E’ in tal senso e direzione che può essere compreso “Terra c’accide”, il nuovo singolo del progetto, dichiarazione allo stesso tempo d’amore e d’addio alla terra lacrimosa e vitale che ha dato i natali ai ragazzi e che, ora, diventa madre arpia incapace di salutarli e di lasciarli fiorire altrove, visto che la primavera, qui, sembra non voler arrivare; c’è il dolore perpetuo dell’emigrante, nelle parole degli Aftersat, e la rabbia storica di doversi ancora confrontare con questo dolore, con l’impossibilità di avere un futuro laddove il nostro passato ci porta ancora a guardare, a cercare appunto le radici.

C’è, allo stesso tempo, una forza vitale che porta a pensare che la vita non possa arenarsi qui, nell’abbandono di una terra che uccide e che allo stesso tempo sembra incapace di lasciarsi aiutare: una terra “sfruttata e sfottuta” che diventa simbolo di una resistenza passiva, che non conosce vie di fuga ma solo spazi di resilienza quasi morbosa e malata; un inno addolorato al senso di appartenenza, che non sa risolvere la ferita aperta di un futuro che non c’è.

Un brano intenso, dagli echi post-rock e allo stesso tempo capace di recuperare il senso perduto del fare musica: raccontare storie, ritrovare una comunità, cercare spazi d’inferno che inferno non siano, e darvi spazio e farli durare.