Sulla strada con Sebastiano Pagliuca

36

Sebastiano Pagliuca è uno che, nella vita, di cose ne ha fatte eccome. Basta dare un’occhiata alla sua biografia: palchi, festival, canzoni macinate come chilometri di un’autostrada infinita, che non sai dove ti porterà ma sai che devi percorrere. Come direbbe Sal Paradise, il celebre alter-ego letterario di Jack Kerouac, la strada è la strada.

Ecco, è questo il bello della strada: che un giorno ti svegli, apri la mail e trovi qualcosa che ti va venir voglia di non fermarti all’autogrill del nuovo indie, di non incastrarti nell’ennesimo rigurgito discografico che la stampa acclamerà come stella nascente del genere. Un giorno ti svegli, e sulla strada incontri Pagliuca, che è uno che ha l’indipendenza nel sangue, la sabbia nelle scarpe e un’oceano negli occhi che piange giù ad ogni nuovo brano.

Per ora, i brani di Sebastiano (da solista) sono due, e colpiscono entrambi per capacità quasi alchemica di mescolare le radici della prima scena indipendente italiana (quella che va dagli Afterhours agli Zen, passando per Verdena e precedenti) senza perdere l’appeal esterofilo del folk: Pagliuca crea in “Aspetterò” un ibrido fra malinconie nazionali e non, in una sinergia efficace di moti contrari che, con semplicità, fanno bene all’anima.

Insomma, una seconda conferma giusta, ed efficace a sottolineare l’efficacia poetica di un progetto che non vuole schemi né generi a cui appartenere, perché sa, appunto, di appartenere ad un unico, grande catalogo: quello della strada.