Su “Moby” con Luciano Torri

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Luciano Torri è un ragazzaccio di periferia cresciuto a pane e folk, che ha sempre considerato le dita come prolungamenti naturali di corde di chitarre, e che ha deciso di urlare al mondo la propria voglia di libertà con un terzo singolo che sa di manifesto personale e viatico contro la paura, in un biennio che – come questo che stiamo ancora vivendo – sembra avercene messa parecchia.

Torri fa le cose sul serio, e racconta storie che potrebbero essere di tutti, e di tutti i giorni: “Moby” è il ritratto perfetto di una gioventù che ha ancora voglia di essere tale, senza rimanere incastrata in una vecchiaia anticipata né ritrarsi in pose convenzionali ad un cliché che sta stretto a Luciano e ai suoi randagi; il risultato, è un lavoro denso e fitto di spunti, oscillante tra folk, latin e sana canzone d’autore, con una certa propensione (malcelata) ad immagini colorate e piene di una certa gioia che diventa irrimediabilmente contagiosa.

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Scoprite Luciano Torri, e se vi va leggetevi l’intervista che segue: è una buona guida introduttiva alla scoperta di un talento che non potrete più perdere di vista (e d’orecchio!).

Benvenuto su Onde Indiependenti, Luciano! Allora, partiamo dall’inizio: il primo ricordo che hai a disposizione nella tua memoria di te e la musica. La tua prima istantanea da “musicista”, insomma!

Grazie mille ragazzi! E’ un piacere esser qui. Beh, domanda tosta dal momento che non ricordo neanche i testi delle mie canzoni quando le eseguo.. C’è comunque un ricordo sparso nel tempo in un momento indefinito della mia infanzia in cui sto suonando “Tu sei la mia vita altro io non ho” in chiesa con i ragazzi dell’oratorio. Io mi definisco ateo ma quanto erano belle le canzoni che si cantava da bimbi alla messa?!

Hai mai pensato «mollo tutto, smetto di fare questo mestiere e ne comincio a fare uno “vero”»? Di questi tempi, sembra essere capitato a molti, purtroppo…

Beh s’, non lo voglio nascondere. Durante la pandemia in mancanza di gratificazioni a breve e a lungo termine gli stimoli che ci tenevano in piedi tendevano a diminuire. Non capivo se fosse maggiore la paura di “fallire” o quella di non trovare più gioia nella musica, sia come fruitore che come esecutore.

Però è proprio in questi momenti bui che ho compreso l’importanza dell’autodisciplina, ossia la capacitá di mantenere la propria rotta nonostante i venti avversi, nella speranza di poter assaporare un futuro migliore facendo tesoro di questa esperienza.

Ecco, rimaniamo a parlare di questo. Cosa significa, nel 2021, essere un artista emergente.

Cosa significhi è un interrogativo su cui si potrebbe parlare per ore. Sinceramente parlando è un quesito che, forse per paura o forse per gestione delle risorse interiori, non mi sono mai posto in maniera consapevole. Sono una persona che in questo periodo della sua vita tende a rimuginare parecchio sulle situazioni, aggrappandomi ad ogni pensiero come fosse un osso da consumare. Posso dire che ora come ora mi sto divertendo. Ho passato un’estate in cui paradossalmente ho viaggiato, suonato e registrato più di quanto riuscissi a fare prima della pandemia. Vorrei continuare su quest’onda perché noto che ogni ascolto, ogni registrazione, ogni concerto che faccio comincio ad esser sempre più leggero, e spero che le persone possano giovarne attraverso la mia musica. Per ora questo mi importa.

Hai fin qui pubblicato tre brani, tutti imperniati su una forte chiave “folk-acustica”. Esiste un filo rosso che collega quanto hai scritto e cantato fin qui? Una linea utile a definire un “concept” del tutto?

Sì! Il filo però, è fuori dalla musica. Ogni brano che ho scritto è stato un momento di dialogo con me stesso. Un’occasione per proiettarmi all’interno di una storia in modo da riuscire ad accogliere quei consigli che da solo non riesco ancora a formulare. Come se fossi un amico esterno a me.

Sappiamo tutti quanto sia facile consigliare la strada al prossimo, ma quando siamo noi a perderci?

Parlaci di “Moby”, dunque: come nasce il brano, e cosa raconta.

Il brano nasce in mezzo al mare da un momento di ispirazione che ho apprezzato molto. Essendo molto celebrale, è stato bello ricevere consiglio dall’atmosfera piuttosto che da calcoli armonici e melodici. Era l’estate 2018 stavo tornando da una vacanza in Sardegna assieme a cinque miei amici, tutti desiderosi di “perdere un po’ l’equilibrio”. La canzone l’ho ultimata in pandemia, spinto dalla necessità di rivivere momenti felici per tirarmi su di morale.

Quali sono le cose davvero importanti per Luciano Torri (scegline cinque!).

Ahia.. ci siamo.. il mio incubo peggiore: gli elenchi. Ci proverò lo stesso.

Senza dubbio l’autodisciplina; mi permette di dare una quadra al domani per star sereno oggi.

La qualità del tempo che passo. (spesso lo spreco)

Imparare qualcosa di nuovo ogni giorno.

La pizza con gorgonzola e salame piccante.

E sinceramente parlando, scrivere più musica possibile, e farla apprezzare a più gente possibile.

Vi butto un jolly: La cucina filippina. Avendo la madre di quelle origini non posso non consigliarvela!

E invece, la tua peggior paura?

Avere troppa paura. Ma sto imparando il coraggio.

Dacci un assaggio di quel che sarà “spoilerandoci” qualcosa (qualsiasi cosa!) in anteprima.

Avete presente un brano che racchiude in se aggressività (ovviamente quella buona), gioia, atmosfere dark e misteriose ma scandite da ritmi incalzanti che non lasciano riposare? Un brano di cui vado molto fiero presto arriverà e spero di parlarne anche con voi prima o poi.

Grazie mille ragazzi è stato molto bello e liberatorio!! A presto.