Stefanelli, che ha La Jungla dentro di sé

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Da qualche tempo ormai seguiamo con interesse le vicende legate a La Jungla Factory, giovanissima realtà del levante ligure (precisamente collocata a Sarzana, in provincia di La Spezia) che da tre mesi a questa parte è riuscita ad allestire un catalogo di artisti sempre più interessante, inaugurando con i Denoise, ad ottobre scorso, una serie di live-session di qualità che oggi arrivano al quinto episodio (se non consideriamo la puntata pilota con ospiti Svegliaginevra e APICE, che a settembre scorso aveva aperto le danze).

Nei mesi a seguire, la programmazione di piccoli live in studio inaugurata dai ragazzi di Jungla ha coinvolto nomi tutti da scoprire, da Boetti a Floridi passando per Dave Bosi fino ad arrivare, oggi, a Stefanelli. Il nome dell’artista napoletano potrà suonare già famigliare ai frequentatori della scena underground nazionale: il cantautore partenopeo esordisce infatti da solista solo qualche tempo fa (fino alla pubblicazione, quest’anno, del suo primo EP “No Coffee” per Dischi Rurali, da cui è tratto il brano “Dentro di me” riproposto in live alla Jungla), ma prima di “mettersi in proprio” Stefanelli aveva già accumulato un’esperienza live niente male, girando lo stivale prima come frontman dei Kafka Sulla Spiaggia (finalisti al Premio De André XVII) e poi come musicista di Blindur. Insomma, non proprio l’ultimo arrivato.

Noi, ovviamente, siamo sempre più curiosi di seguire il proseguo di un’iniziativa che ha saputo conquistarci fin dalle sue prime mosse: non è facile, nel 2021 (quasi 2022) essere artisti emergenti, sopratutto in un contesto culturale che pare essere sempre più interessato a lasciare lo spettacolo alla deriva. Se i grandi nomi continuano, pur con fatica, a trovare spazio in grandi luoghi a capienza dimezzata, i nomi emergenti sembrano essere ormai relegati ad una resistenza che fa prima di tutto i conti con l’assenza di “palchi” e centri artistici interessati (e possibilitati) ad investire su musica che – per ora – non assicura la copertura da “botteghino” ma che, d’altra parte, rappresenta il futuro e la rigenerazione di quella creatività che non passa da major e label di potere.

Per questo, l’insorgenza e l’esistenza di spazi “collettivi”, come sembra voler diventare (e già, in parte, essere) La Jungla Factory, diventa ancor più vitale per sostenere la sopravvivenza di quel sottobosco culturale che abbiamo il dovere di difendere a spada tratta, per non trovarci un domani senza ciò che la scena underground da sempre rappresenta: ossigeno necessario alla ri-codifica di ciò che esiste, espressione libera di un’artisticità che non deve pensare di farsi mainstream per esprimersi, e resistere al più duro degli inverni.