Scaldarsi con il funky di Kashmere

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Kashmere (al secolo Luigi Maglione) è una delle nuove proposte che, nel corso dello scorso intensissimo weekend d’uscite, ha saputo conquistarsi la nostra attenzione.

Perché? Beh, il perché è molto semplice: sono in pochi, oggi, a proporre una chiave musicale che non sia quella livellata sugli stilemi del mainstream, e di certo il nostro Kashmere appartiene a questa ristretta leva di nuovi eroi: linguaggio funk, attitude da rockstar e un certo gusto nello scrivere che, per quanto ancora acerbo sotto alcuni punti di vista, merita di essere incoraggiato a crescere.

Insomma, la serie di motivi che ci hanno spinto a farci due chiacchiere con il ragazzo all’alba della sua prima pubblicazione “James Brown” è piuttosto lunga, e per brevità ve la risparmiamo. Intanto, scoprite Kashmere leggendovi l’intervista che segue…

Ciao Kashmere, cominciamo con le domande semplici: ti va di raccontarci il perché del tuo nome d’arte?

Ciao ragazzy! Beh, all’anagrafe risulto come Luigi Maglione. Maglione…(sopracciglia che sbattono ammiccando) “Kashmere”… Devo dire altro? La risposta adesso è abbastanza intuitiva, vero? ;)

Oggi sei al tuo esordio: se dovessi fare un elenco breve delle tre cose che, secondo te, maggiormente oggi ostacolano la crescita di un progetto indipendente, quali sarebbero?

In primis, credo non ci siano sufficienti sbocchi o iniziative per artisti emergenti che possano davvero dare una mano alla nuova musica. Gli addetti ai lavori appaiono spesso molto scettici per progetti nuovi e, di conseguenza, sono poco disposti a portare in alto progetti indipendenti, a favore di progetti già avviati, di artisti con una popolarità ed un pubblico già consolidati.

Secondariamente, posso garantire per passate esperienze personali che non è affatto semplice riuscire a radunare le persone giuste, ognuna con il proprio ruolo, che siano in grado di gestire il tuo progetto artistico a 360 gradi, in maniera ordinata e professionale. È molto importante, in effetti, avere un team solido con cui rapportarsi e che creda nel progetto quanto o più di te, se possibile!

Infine, credo che possano esserci delle limitazioni a livello economico. Essendo indipendenti, altri artisti come me, devono calcolare di poter fare dei piccoli investimenti affinché il progetto possa raggiungere un minimo riscontro, ma non è sempre facile da raggiungere il giusto balance.

Raccontaci come ti avvicini alla musica: ricordi la prima canzone che hai scritto?

Ricordo che era in inglese e si chiamava “It is true”. Raccontava in maniera molto semplice, e forse anche molto banale, quel mondo “tutto rose e fiori” in cui veniamo catapultati d’improvviso quando l’amore prende il sopravvento e sentiamo il bisogno di raccontarlo.

“James Brown”, oltre ad essere un evidente “presa di posizione” contro l’empasse di certe relazioni è anche un chiaro inno alle tue influenze funk. Ecco, quali sono gli ascolti che maggiormente hanno determinato la crescita del tuo progetto?

Fin da piccolo ho sempre nutrito una grande passione per la black music americana (penso appunto a James Brown, Prince, Michael Jackson, Stevie Wonder ecc.). Tuttavia, sono anche molto legato alla musica elettronica, a partire da quella dei Daft Punk, fino a quella di Purple Disco Machine e alle elettro pop vibes di The Weeknd. Ultimamente anche in Italia certe influenze si stanno ripresentando in diversi progetti discografici. Di recente, per esempio, ascolto spesso “Scandalo” di Franco126 e “Mi fiderò” di Mengoni.

Raccontaci come nasce “James Brown”, il tuo singolo d’esordio.

“James Brown” nasce durante una giornata di studio. Sono uno studente di Filosofia e quel giorno, immerso tra libri e appunti, ricordo che non riuscivo a smettere di canticchiare un motivetto. Così, ho preso la chitarra e ho scritto di getto il ritornello. In poco tempo, il resto è venuto da sé. Ripensando a questo genere di episodi mi torna in mente una celebre frase del Re del Pop: “Non scrivere la canzone. Lascia che la canzone si crei da sola”.

Dai credits del lavoro, vediamo che ti piace lavorare in team. Regalaci la descrizione di una giornata in studio con te, come ti approcci alla produzione e alla registrazione di un brano?

Esatto, mi piace moltissimo e devo dire che mi sento davvero fortunato. Registrare con dei professionisti come quelli che bazzicano al G.L.ab studio di Carrara è sempre un onore e un grande piacere. La loro competenza è sempre accompagnata da un’atmosfera super funky che scatena quell’happy mood necessario affinché sia possibile lavorare in perfetta sintonia.

Solitamente, prima di incidere un brano, accade che io prepari personalmente un provino o una bozza di pre-produzione (testo e musica) per poi approfondirla in studio, insieme al mio team di produzione. È lì che poi, traccia dopo traccia di ogni strumento, nasce e si definisce l’arrangiamento definitivo del pezzo.

Salutaci con un proverbio delle tue parti!

Risiedo a Lugano da 3 anni ormai, ma ho vissuto 18 anni a Ponsacco e Pontedera, nei dintorni di Pisa. Uno dei proverbi che mia nonna toscana ripete ancora adesso rimane “Chi si loda s’imbroda”. Sottolinea l’importanza della modestia, di saper rimanere sempre umili, con i piedi per terra.

Credo che sia un importante proverbio da tenere a mente!

Ciao Onde Indiependenti!