Santaclous Ensemble: parlando di “Luxur album”

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Di certo le prime ritmiche di chitarra acustica con questo suono assai elettrificato e poco acustico, con quel lieve inciampo di tecnica acerba, non lascia preannunciare grandi cose. E poi a seguire il cantato che tanto deve ad Appino e ai suoi Zen Circus e il secondo tassello fragile di questo inizio disco.

Claudio Spinosa torna con “Luxor album”, torna con Santoclaus Ensemble e tutto pare scuro e fumoso sin da questa prima traccia dal titolo “Misericordioso Limbo Set”, anche brano che ha anticipato tutto. Direi che questo è uno dei momenti più melodiosi del disco, anche con quel modo di pensare all’inciso con una voce cantilenante che tanto richiamo gli ormai redivivi CCCP. La title track rapisce da Lou Reed quel fare dannato (direi che è una parola chiave di tutto il mood) in minore ovviamente,  che comunque ancora sembra inciampare e farsi assai didattico di prima leva nel fraseggio di chitarra che spezza la ritmica. Che sia il punto debole del tutto? Devo ancora capirlo. Di certo il grunge è parte delle ossa anche nella sequenza iniziare di “Lunghe ere”, quel post-punk che preme alle pareti per uscire ma il nostro comunque tiene tutto nel fare cantilenante di frasi ricorsive e scritte e suonate ad un clock più d’autore che da anima dannata di alcool e punk. Anche il solo che introduce “Una visione Ein Sof” sembra in bilico tra un contrabbasso be-bop e una reminiscenza new-wave. Ma poi non è ne l’una ne l’altra. Mi piace assai questa dissonanza dispotica che condisce tutto e questo gioco eclettico di synth che descrive note assai semplici ma di impatto. Anche la successiva “Resta con te” avrebbe chiamato decise sonorità metalliche e distorte, libere di graffiare invece di questi modi riflessivi ed eterei che trovo primi di una direzione precisa. Di nuovo il basso protagonista: perché non caratterizzarlo come si deve? Come ad esempio prova a farlo proprio nella successiva “Oltre la notte (Tangoblanco)” che grazie a questo suono di hammond ci richiama la dannazione dei Doors ma poi l’evoluzione dimostra che sarà questo il mio brano del disco: arrangiamenti davvero efficaci e ricchi di personalità. Di nuovo una chitarra troppo infantile ad aprire “Rose dal giardino” ed io penso che non sia questo lo strumento portante del disco o della sua carriera. Insomma scivola così questo disco che sembra sempre di giocarsi carte davvero interessanti ma poi questa personalità non spicca, non esplode e sicuramente non fa una ricerca sonora… peccato perché la scrittura, la voce, il mood è assai vincente. Un disco che vedrei bene su vinile se solo avesse un pizzico di follia in più.