Pulp dei Love Ghost: distorsione e grande melodia

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Da vari anni il termine “pulp” è particolarmente in voga: pensiamo ad un certo tipo di cinema, nel quale la società (soprattutto quella degli USA) viene rappresentata con un realismo “eccessivo”, grazie al quale tutta la violenza insita in essa esplode davanti agli occhi dell’ascoltatore. Inoltre, Pulp è il nome di un’ottima band inglese, nonché il titolo di un romanzo di Charles Bukowski.

Sicuramente tale termine si può collegare al quintetto di Los Angeles, non soltanto perché Pulp è il nome dell’ultimo singolo, disponibile sulle migliori piattaforme di audio-streaming con annesso video musicale, ma anche perché la ricerca dell’eccesso ha spesso costituito una sorta di prerogativa: la musica dei Love Ghost degli ultimi anni ci mostra degli ottimi esempi…pensiamo ad un pezzo come Punxx, che assieme al relativo video musicale fa leva su una certo gusto grottesco, eccessivo, oppure Bloody Mary, con i suoi elementi quasi sadici, con il featuring della rapper Princessbri, una sorta di bambola assassina.

Sì, brani del genere sono abbastanza lontani, e se consideriamo la maturità artistica della band, raggiunta a mio avviso nel 2021, con brani introspettivi e cupi come Pink Car, Clouds, King of Lonelines, Shine Like Gold, capiamo che le elevate cifre stilistiche non sono, probabilmente, da ricercare nei Love Ghost più eccessivi, più “pulp” per l’appunto. Ma c’è da dire una cosa: da qualche mese la band sta creando brani aggressivi ed industrial, nei quali la modernità si esprime in tutta la sua violenza, attraverso forme pesanti ma equilibrate. Cambiano anche i video musicali: le lyrics on screen di molti pezzi del 2021 cedono il posto ai sobborghi delle città, a muri imbrattati di graffiti, a depositi di auto usate. E tutto ciò, non vuol dire essere Pulp?

La band non ha bisogno di presentazioni… è formata da Finnegan Bell (voce, chitarra), Ryan Stevens (basso, cori), Daniel Alcala (chitarra, cori), e Cory Batcher (tastiere,cori), Danielle Gallardo (batteria e cori). Questo quintetto conta centinaia di migliaia di ascolti, sforna singoli a cadenza meno che mensile. American Songwriter e Flaunt, V13, UPROXX, Vent e molte altre testate hanno parlato di loro e c’è stata perfino una pubblicazione apparsa su Rolling Stone.

Inoltre hanno suonato tra gli States, il Giappone e l’Equador, recentemente al Rockpalast festival in Germania, quindi Londra, Praga, Dublino…Le origini post grunge sono abbastanza lontane, pezzi come The Scarlet Letter , Nowhere o Let it all Burn appartengono ad altre epoche.

Come dicevano, il titolo dell’ultimo singolo vuole essere un tributo ad un romanzo di Charles Bukowski, appunto Pulp, ed il brano parla della relazione di un tossicodipendente con Dio. Sicuramente c’è qualcosa di autobiografico… c’è la coscienza di appartenere ad una generazione complessa, condizione che si manifesta nella “coralità” di molti pezzi della band. Sin dalle prime not, dal punto di vista strumentale, la canzone si muove su frequenze basse. Batteria, chitarra, synth (che entra successivamente) costituiscono un tappeto acido e distorto, sul quale si innesta la voce, acuta, di Finnegan Bell. Il ritornello è esplosivo, e ci porta alla seconda strofa, quindi al secondo ritornello. Il bridge prima del terzo ritornello ha un colorito quasi epico. Nel video musicale il cantante è seduto ad un tavolo con una bottiglia di Tequila Blanco ed una radio d’epoca, quindi si muove nei sobborghi metropolitani (come sta accadendo spesso negli ultimi video), sulla banchina di una stazione sotterranea.

Pulp si pone sulla stessa scia dei prezzi precedenti (Big Dog e Get Faded), ma suona più acido, meno palpabile… Come sempre emerge la cifra stilistica del quintetto, che, con originalità ed intelligenza, fa centro ancora una volta.

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