Powerpop e divertimento con i Radio Days

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Prendete il british sound dei Beatles, il sole della California, una ricca dose di ironia e shakerate energicamente. Il risultato sono i Radio Days, il cocktail perfetto per la vostra estate! Il trio milanese, infatti, pubblica il nuovo disco “Rave On!” (Ammonia Records), una miscela di powerpop e divertimento da gustare responsabilmente. Ne abbiamo parlato con loro.

Benvenuti sulle nostre pagine ragazzi! Ci incontriamo per parlare del disco “Rave On!”. Partiamo da qui: come è nato questo lavoro?

Ciao, grazie per l’invito! Rave On! è stato inizialmente concepito in una maniera non troppo dissimile da quella dei nostri dischi precedenti; eravamo al termine di un periodo di circa un paio di anni e mezzo in cui avevamo cercato di girare il più possibile per promuovere il nostro LP precedente. Pensavamo che fosse giusto prendersi un annetto di pausa dai concerti per scrivere una manciata di nuovi pezzi, registrarli con calma e poi ricominciare a suonare in giro, come abbiamo sempre fatto: era la fine del 2018. Ci siamo presi tutto il 2019 per provare e arrangiare pezzi nuovi, convinti che il disco sarebbe uscito nell’estate/autunno 2020. Quando abbiamo cominciato a registrare sul finire del 2019, le cose stavano cominciando a mettersi male, dopodiché siamo stati travolti come tutti dalla pandemia, che ha dilatato i tempi di realizzazione del disco e messo in pausa forzata le nostre vite. A quel punto Rave On! era già praticamente pronto, ma che senso avrebbe avuto pubblicare un disco che non avremmo potuto portare in giro? Così abbiamo deciso di aspettare, dedicandoci ai dettagli: credo che alla fine siamo stati in grado di perfezionare ulteriormente il disco, ottenendo il massimo da un periodo altrimenti nerissimo.

“Rave On!” si presenta come un disco power pop, a metà strada tra UK e Stati Uniti. Come se i Beatles fossero nati in California. Voi però siete italianissimi. Quindi come siete arrivati a plasmare il vostro sound?

La risposta breve è: centinaia di concerti, centinaia di ore in saletta, migliaia di ore ad ascoltare musica. La risposta lunga è davvero troppo lunga… Siamo invasati col rock and roll da quando siamo ragazzini, suoniamo insieme da praticamente 20 anni e in tutto questo tempo ci siamo sempre dedicati ad ascoltare e a suonare solo la musica che ci piace, in totale spregio di ogni trend sia underground che – ovviamente – mainstream. Siamo musicisti essenzialmente autodidatti, abbiamo imparato a suonare sui dischi dei Ramones (che continueremo ad adorare per sempre) e per riuscire a fare le cose che facciamo ora ci è voluto del tempo, perché all’inizio non eravamo tecnicamente all’altezza! Ora presi singolarmente continuiamo a non essere un granché ma insieme abbiamo raggiunto la capacità di fare le cose che ci piacciono di più. Un altro modo di risponderti sarebbe che non puoi aspettarti niente di diverso da gente che ha Beatles e British Invasion in generale, Glam, Punk e New Wave in rotazione costante sul giradischi da anni.

A onor del vero c’è da dire che siete più famosi all’estero che in Italia. I vostri tour si spingono fino in Giappone. Vi sentite un progetto internazionale? Seppur di nicchia…

Non saprei dire se siamo davvero più famosi all’estero che in Italia, in ogni caso si parla di un concetto di fama davvero relativo e comunque ridotto a una piccola nicchia come dici tu. La tendenza a guardare fuori dai confini comunque è una caratteristica che ci appartiene fin dagli albori della band ma che è in effetti culminata con la pubblicazione di Rave On! alla quale hanno partecipato etichette provenienti da Italia, Spagna, Germania, USA e Giappone. Abbiamo fatto praticamente un terzo del totale dei nostri concerti all’estero, in larga parte in Spagna, che consideriamo la nostra seconda casa. In Europa siamo stati praticamente ovunque. L’esperienza in Giappone è indimenticabile per mille motivi e speriamo di poterci tornare. A settembre saremo a Londra (speriamo!) ospiti del Pump It Up, un festival di sole band powerpop e siamo in contatto con gli organizzatori di un paio di altri festival in Spagna; adoriamo viaggiare e farlo mentre si suona, beh, riesco a immaginare una sola cosa migliore… Tutto sommato non ci possiamo lamentare della nostra band nata in provincia!

“Rave On!” è disponibile anche in vinile, un formato che si addice molto al vostro stile vintage. Il vostro pubblico sta apprezzando?

Abbiamo sempre pubblicato i nostri dischi anche in vinile, persino quando quasi tutti si erano dimenticati che la musica si può ascoltare anche col giradischi. In effetti lo consideriamo il formato ideale per ascoltare la nostra musica e apprezzare il favoloso artwork di Rave On! ideato dal grandissimo Hervé Peroncini. Quella del vinile è una roba decisamente feticistica e legata a un certo tipo di estetica e di etica ma non aspettarti che ti dica che un supporto è meglio di un altro per la qualità del suono o per la praticità. Di certo c’è che mettere su un vinile e ascoltarselo è un’esperienza diversa alla quale noi siamo legati e alla quale sono legati anche i nostri fan, visto che abbiamo sempre venduto più dischi che CD, anche all’estero. Per noi fondamentalmente non cambia niente se il vinile è di moda oppure no; visto che sembra esserlo non possiamo che esserne felici.

C’è da dire che anche in digitale le cose non vanno affatto male. Il singolo “Lose control” è stato anche inserito nella playlist ufficiale Spotify “Rock Italia”. Detto questo: che opinione avete dello streaming?

Due premesse: la prima è siamo assolutamente favorevoli a qualunque tipo di piattaforma che permetta di diffondere il più possibile i nostri pezzi, e la seconda è che non vivendo di musica non siamo minimamente condizionati da alcuna dinamica di mercato. Riconosco però che purtroppo ci siano evidenti questioni etiche dietro alla gestione di tali piattaforme e alla inaccettabile disparità di trattamento tra la solita manciata di pezzi grossi e l’oceano sconfinato di band e autori più piccoli. Del resto anche la nostra società è estremamente più ingiusta con i deboli di quanto non lo sia con chi ha denaro e potere, quindi non è per niente sorprendente che una corporation si comporti da corporation… A me piace lo streaming soprattutto per la possibilità che dà di ascoltare al volo quella canzone che improvvisamente ti salta in mente intanto che stai aspettando il treno o il tuo turno alla cassa del supermercato.

Sappiamo che vi piace divertirvi, quindi concludiamo chiedendo di raccontarci la cosa più divertente successa ai Radio Days in tutti questi anni di carriera.

Ci sono capitate davvero un sacco di cose divertenti, tragicomiche o più semplicemente folli. Penso che ognuno di noi avrebbe opinioni diverse nel dirti quale sia la cosa più divertente che ci sia capitata in tutti questi anni. Una che sicuramente metteremmo tutti in top-5 è successa nel 2008 a Szeged, nel sud-est dell’Ungheria, non lontano dal confine serbo e rumeno. Quella sera siamo arrivati nel locale con un ritardo mostruoso, dovuto essenzialmente alla lunga trasferta dall’Austria e da un guasto al furgone che ci era costato qualche ora di attesa. Appena arrivati quindi non c’è stato tempo di fare altro che non fosse scaricare di fretta, montare il backline, fare rapidissimo soundcheck e suonare. Concluso il concerto, devastati dalla fatica del viaggio, chiediamo al gestore del locale (un tizio enorme alto più di due metri del quale non siamo riusciti a imparare il nome e che parlava un inglese abbastanza traballante) se potevamo avere qualcosa da mangiare. Lui scompare dietro a una porta e molto gentilmente ci porge una borsa della spesa piena di tortine tipo muffin, facendoci capire di mangiare pure. Ringraziamo e un po’ delusi ci sediamo a un tavolino per mangiare la nostra cena di dolcetti dal gusto bizzarro sognandoci un piattone fumante di gulash. Dopo una mezzora circa il tizio in questione ritorna con ogni genere di ben di dio per cena, chiedendoci che fine avesse fatto il contenuto del sacchetto che ci aveva dato. Dopo avergli indicando il sacchetto praticamente ormai vuoto e poi le nostre pance, lo vediamo sgranare gli occhi e poi scoppiare a ridere. Solo allora riuscimmo finalmente a capire che le tortine erano soltanto un antipasto da assumere con parsimonia prima della cena vera e propria. L’ingrediente segreto dei muffin era infatti una clamorosa quantità di marijuana, che qualche secondo dopo cominciò a fare effetto… Non ricordo molto altro di quella sera.

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