Play it loud, The Playmore: arriva “Pump Rock”, il primo disco della band campana

1985


The Playmore sono una band campana di quattro elementi che hanno deciso di fare di un certo tipo di rock la propria bandiera. Il genere qui professato è una forma ibrida di alternative rock a forte tasso danzereccio; non a caso questo disco d’esordio uscito per l’etichetta romana Quadraro Basement si chiama Pump Rock, una vera e propria dichiarazione di intenti. Undici canzoni che non lasciano il tempo di respirare, una cassa in quattro che scandisce il ciclo di vita di un disco che presenta degli ottimi hooks almeno per la sua prima metà.
Si inizia con The Way You Are che è praticamente perfetta per aprire il discorso: una sorta di brodo primordiale rock che ancora non lascia intendere la direzione in cui andrà tutta la faccenda (è infatti quella che si distacca di più dal genere preciso che viene snocciolato pezzo dopo pezzo).

Il singolo Things arriva subito, corredato da un video che analizza la società attraverso la cartina di tornasole dei soldi e del business: qui si entra nel vivo del discorso con Franz Ferdinand, ritmiche serrate, beat nervosi e una voce potente e melodica, quella di Piero Solinas, che spesso si avventura in brevi incursioni nel soul.

Si può tranquillamente affermare che i primi cinque momenti del disco sono assolutamente pregevoli per intenti, resa sonora e confezionamento di un genere fortemente pop e ancorato ad alcuni stilemi dell’indie rock tardi Eighties/primi Nineties: in Mislove sembra di ascoltare gli Editors di Munich mentre No Need Love e The Lady Doesn’t Talk About The Time sono altri singoli perfetti, tra Interpol e Joy Division rivisitati alla luce della modernità (ma non troppo). Se il disco fosse un ep sarebbe praticamente perfetto e invece c’è un’altra metà da considerare; dove si perde un po’ di ispirazione nella scrittura (fanno eccezione Inside e l’americanissima Addicted) e soprattutto si è finito per dire già tutto nella prima parte dell’album. Questo è il rischio che si corre quando si propone un lavoro dalla forse troppo forte identità, che sconfina nella chiusura tipica di un prodotto di genere. Che per una band attiva da decenni è un marchio di fabbrica, per chi esordisce può invece risultare pericoloso.