Nell’opera di Opera, il nuovo alfiere dell’anti-hype

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Quando in redazione è arrivato il presskit di Opera – artista che, fino a qualche giorno fa, non conoscevo affatto – la curiosità si è accesa sin dalle prime note stampa del suo comunicato; quattro singoli all’attivo, un disco da pubblicare ad inizio ottobre ma prima un nuovo singolo, “Gazza di Monet” uscito proprio oggi, e un docu-clip particolare che ho avuto modo di vedere in anteprima e che – fidatevi – saprà colpire anche voi alla sua uscita, prevista per il 23 settembre.

Perché? Perché tutta la ricerca di Opera ruota intorno ad una forte necessità di redenzione dalla contemporaneità, nel tentativo di svincolarsi da quella morsa funzionalista che da troppo tempo sta inaridendo il settore creativo della nostra scena musicale, rendendo la Musica e l’Arte tutta un’insieme di scadenze da rispettare e cartellini da timbrare.

“L’arte prima”, questo il titolo del disco in uscita e del Manifesto ad esso collegato, di cui Opera ci darà un assaggio proprio nel video di cui sopra; ma prima di allora, qualche rivelazione sul progetto del rapper di Strongvilla (etichetta discografica e big family di artisti e producers mantovana) l’artista ce la rilascia in anteprima anche qui, nell’intervista che segue.

Ne vale la pena, fidatevi.

Benvenuto su Onde Indiependenti Opera! Innanzitutto: perché questo nome?
Grazie! Il nome Opera nasce dall’esigenza di fondere le radici internazionali della musica che faccio con la tradizione nazionale. Si lega anche al concetto di “opera d’arte” e del “mettersi all’opera” inteso come “darsi da fare” due pilastri del mio pensiero. L’ho scelto nel momento in cui si sentiva aria di disco. Dovevo rinascere in qualche modo.

Ricordo il primo momento in cui ti sei avvicinato ad uno strumento, o alla scrittura? Insomma, da dove viene questa “urgenza”?
Scrissi il primo brano dedicandolo ai miei amici. In qualche modo, forse inconsciamente, capii che con le parole che scrivevo riuscivo ad esprimermi meglio rispetto a quando parlavo. Tutt’ora è così. Non ho mai avuto un’urgenza estrema, ma la necessità di farlo in modo costante da dieci anni a questa parte.

Tre artisti che hanno segnato il tuo percorso musicale.
Difficilissimo citarne tre, sono uno che ascolta tantissima musica.
Ci provo. Direi Ghemon, Pino Daniele e Tupac.

“Gazza di Monet” è il tuo nuovo singolo, accompagnato dalla pubblicazione di un manifesto particolare, in cui lasci emergere un lato di te che fin qui non aveva ancora avuto modo di risplendere: la tua, così sembra, è una vera e propria “resistenza” alla liquidità dell’arte. Come siamo arrivati, secondo te, alla dimensione che descrivi nel manifesto e che rapporto c’è (se esiste, in modo lampante) tra la tua musica e il “Manifesto dell’Arte Prima”?
Vorrei dire una cosa che spesso ometto. C’è molta gente che tratta l’arte come, a mio avviso, si dovrebbe fare. Il primissimo nome che mi viene in mente è quello di Caparezza. La percezione dell’arte che abbiamo oggi è il frutto delle attenzioni che le sono state date nelle ultime decadi. Probabilmente gli artisti e di conseguenza il pubblico hanno posizionato i riflettori sull’obiettivo sbagliato. Quando scrivi o componi compi, di fatto, un atto libero e privato, ma nel momento in cui pubblichi, hai un riconoscimento, un palcoscenico e delle luci puntate contro, crescono anche delle responsabilità. Possono essere molte e variegate a seconda della sensibilità dell’artista in questione, ma di certo l’attenzione per l’Arte, la sua salvaguardia, e la sua evoluzione, dovrebbero essere temi cari a tutti gli artisti. Essere alleati (più o meno silenti) della sua mercificazione non credo sia la scelta giusta per chi ha a cuore l’Arte.

Nella mia musica e soprattutto nei live cerchiamo di porre l’attenzione del pubblico sul messaggio, declinandolo in vari modi.

In queste occasioni leggo il manifesto dell’Arte Prima, utilizziamo i televisori come quadri animati posizionati su appositi cavalletti per dare dimensioni differenti alle canzoni, suono insieme ai miei due produttori e al chitarrista fondendo elementi di elettronica con strumenti più classici come piano e sassofono.  Nei brani invece si cerca di riportare in evidenza il bello, la ricerca che pesca a piene mani dal passato per creare avanguardia, cercando però di restare “potabili” comprensibili senza perdersi in esercizi di stile elitari. Nei testi cerco di trasferire i miei ideali come l’amore o l’amicizia, le cose buone e cattive dell’infanzia, il fatto che sono qui per migliorare. Se traspare un minimo di autoreferenzialità sicuramente è ironica.

Parliamo di “Gazza di Monet”, che è un brano che ben delinea un percorso di crescita osservabile dall’ascolto dei singoli pubblicati. Cosa rappresenta per te questo brano, soprattutto perché collegare proprio a “Gazza di Monet” la pubblicazione del Manifesto.

“Gazza di Monet” ha un titolo importante e molto comunicativo. Per rimanere in tema “capita a pennello”! Ha una dinamica che mi affascina sempre: è dolce ed energico, leggero ma denso, rapido ma pieno di contenuto. Per me questo brano rappresenta la conquista di una nuova maturità nella scrittura, e una miscela di sonorità che mi piacerebbe portare avanti. È il mio brano preferito del disco.

Abbiamo avuto modo di guardare (in anteprima) anche il docu-video del brano, non il classico videoclip, in uscita il 23 settembre. Ci racconti come nasce l’idea di un video simile?

I ragazzi di Strongvilla, l’etichetta per cui uscirà questo singolo e l’intero disco, hanno ideato questo format avanguardistico che ha lo scopo di regalare un contenuto extra. Eddy (Edoardo Setti) che cura la regia si è confrontato con Virgo riguardo al superamento del formato videoclip. Al giorno d’oggi la musica viene ascoltata attraverso i servizi di streaming, il videoclip è uno strumento che si è diffuso a partire dagli anni 80 principalmente per portare la musica in televisione, in particolare sui canali musicali come MTV, fino agli anni 10 in cui si è trasferito su Youtube diventando lo standard per la fruizione della musica attraverso Internet. Oggi il panorama è radicalmente cambiato, la musica si ascolta con le orecchie e le storie si guardano con gli occhi. Cosi abbiamo pensato che fosse più interessante guardarsi un piccolo documentario che ti racconta qualcosa del mondo dell’artista, della canzone, del pensiero che ci sta dietro, in questo caso mostriamo come abbiamo realizzato il manifesto dell’“Arte Prima”.

Poi, ad ottobre, il tuo debut album. Spoileraci qualcosa!

Uscirà in copia unica. Nessuna stampa o ristampa. Una sola copia che verrà esposta insieme al manifesto in varie occasioni, anche fuori dal contesto musicale o di live. C’è bisogno di musica, anche fuori dai canali predisposti, soprattutto per ricordare a tutti che non si tratta solo di un bene abbinato al divertimento o al tempo libero. La musica è cultura, storia, materia, e come tale va salvaguardata e diffusa. Non deve essere trattata come elemento facoltativo.
Per venire ai suoni, nel disco non manca qualche episodio di Hip Hop crudo, e di sperimentazione, con temi anche abbastanza toccanti. In questo caso Kuma19 è stato fondamentale. La pensiamo allo stesso modo su determinati argomenti e l’affinità la senti. In un altro brano ho descritto la mia infanzia e l’adolescenza nel modo più caro possibile, cercando di trasmettere tutto quello che ho vissuto in passato, qui la canzone italiana e il Soul provano a mettersi d’accordo.

Bene, grazie per il tuo tempo. Se ti va, lasciaci facendo una promessa che già sai non manterrai!
Domani smetto di scrivere canzoni!
Grazie mille a voi, è stato un piacere!