Naufragare in un tramonto con Alberto Vatteroni

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Da qualche tempo, seguiamo con attenzione ciò che succede dalle parti di La Spezia, dove una manciata di mesi fa è nata La Jungla Factory, fucina creativa che ha tirato fuori un catalogo di live-session realizzate con alcuni fra i più interessanti emergenti del panorama musicale nostrano.

Ecco perché oggi, qui su Onde Indiependenti vi parliamo di Alberto Vatteroni: sbriciando fra i nuovi lavori prodotti dal collettino ligure, ci ha colpito la live-session di “626”, brano già pubblicato da Alberto sulle piattaforme digitali che, nella sua versione “live”, si è saputo di certo rinnovare nelle vesti; una ballad malinconica e suggestiva, che accompagna in un viaggio attraverso sconosciute e fumose metropoli alla ricerca di qualcosa che si è forse ormai perduto per sempre.

Insomma, a noi la malinconia da sempre piace, ed esimerci dalla possibilità di fare qualche domanda ad Alberto era come perdere un’occasione di scoperta. Ecco perché, se andrete avanti nella lettura, vi imbatterete in un botta e risposta meritevole del vostro tempo: è una promessa!

Ciao Alberto, benvenuto sulle colonne di Onde Indipendenti. Allora, partiamo dall’inizio: dove nasce la tua idea di restituire al tuo brano “626” una veste “live” come nuova presentazione della canzone già pubblicata.

Ciao, grazie di avermi ospitato. Sapevo che questo brano si prestava bene ad una versione acustica, più nuda, intima; per questo ho scelto di fare questa versione live nel caldo nido del La Jungla e sono molto soddisfatto del risultato.

Il titolo del brano, “626”, sembra far riferimento al numero di un tram, destinato a portarti verso orizzonti nuovi in cui “naufragare”. Di certo, si parla anche d’amore… come nasce la canzone?

Ci sono sicuramente vari riferimenti autobiografici ma che, come spesso accade, possono essere compresi e condivisi dal pubblico. Il brano racconta i pensieri di un pendolare mentre osserva i paesaggi che si susseguono fuori del finestrino della carrozza. Nasce a bordo del treno che mi portava a Milano dove studiavo al CPM. E’ stato un periodo bellissimo in cui ho potuto continuare a dedicarmi allo studio della musica in una città importante, dove ho imparato molto anche grazie al confronto con tanti nuovi amici e compagni di studi. E’ vero: la canzone mostra un rovescio della medaglia: Milano mi ha dato tanto ma mi portava anche lontano dalla mia compagna.

Nella tua musica, si avvertono numerose influenze che meritano un’attenta osservazione, utile a capire quali siano le radici “artistiche” del tuo progetto: c’è il cantautorato italiano, ma anche tanta scena internazionale (penso, soprattutto, ai Radiohead. Quali sono, quindi, gli ascolti che credi abbiano caratterizzato, su tutti, il tuo sound attuale

Non sono un grande conoscitore del cantautorato italiano, lacuna che pian piano sto cercando di colmare, per cui mi fa piacere che tu, invece, lo hai “sentito” nel brano. Bisogna distinguere tra la musica che ascoltiamo per piacere, e musica che ascoltiamo “per lavoro”, a cui ci rifacciamo, da cui traiamo ispirazione: non è detto che le due coincidano, i producer lo sanno bene questo. Io ho spesso preferito (e trovato di maggior ispirazione) la musica internazionale: le radici del progetto si nutrivano di prog rock, alt rock, pop rock.. Negli ultimi anni mi sono avvicinato all’enorme calderone dell’Indie pop italiano: si trovano delle cose interessanti, se cerchi bene… ma il sound a cui sono orientato ora si sta già evolvendo con nuove influenze.

Hai pubblicato, poco prima della pandemia, il tuo disco d’esordio dopo un’intensa attività live che ti ha portato nel tempo ad affinare il tuo linguaggio. Cos’è cambiato dopo il Covid, e in cosa tu, Alberto, ti senti diverso?

Ormai ho capito che il mio rapporto con la produzione musicale è questo: ho sempre bisogno di esplorare nuovi mari. D’altronde (beccati sta metafora filogenetica) l’evoluzione del singolo ripercorre in estrema sintesi le tappe evolutive della specie; allo stesso modo un artista studiando la storia dell’ arte ripercorre il cammino dei predecessori e porta avanti il discorso, lo stato dell’arte, da dove i suoi idoli lo hanno lasciato..

Sento come se ci fosse un abisso che mi separa dal musicista che ero quando ho scritto i brani del primo album (le prime bozze di alcuni dei quali risalgono anche a 10 anni fa). Anche rispetto a com’ero prima del Covid mi sento diverso. Ho cambiato alcuni riferimenti musicali, è cambiato lo strumento da cui parto a scrivere: prima era la chitarra, ora è spesso il pianoforte (come si può capire anche da “626” credo). Quelli del lock down per me sono stati anni di grandi scoperte e intenso studio (composizione, orchestrazione, produzione, mix) che sto portando avanti.

Senti, ma questo è solo un primo passo, vero? O dovremo aspettare altri due anni, prima di riascoltare una canzone inedita di Alberto Vatteroni? Insomma, cosa bolle in pentola?

Mi attendono 3 mesi da musicista imbarcato su navi da crociere, sarà sicuramente un’esperienza molto importante e formativa. Nel frattempo sto portando avanti la produzione di cose nuove (che continuerà anche in nave nelle ore libere: uno dei vari vantaggi di questo mestiere). Ultimamente mi sta sempre più affascinando il mondo contemporary R&B, funk, nu-soul, jazzy…   Penso ad Alicia Keys, Charlie Puth, Bruno Mars.. per restare ai nostri compaesani mi piace Serena Brancale, Davide Shorty… può darsi che emergerà nelle mie prossime uscite.

Inoltre sono stato impegnato nella scrittura e produzione di una colonna sonora per un documentario: un progetto già ultimato da vari mesi che attende il momento buono per uscire (quando dipenderà dalla società cinematografica per cui ho lavorato). Su questo non posso dirvi di più.