Luca Oliveto: sono generi indefiniti le istantanee di un cantautore

159

Sa di terra e di mare, sa di collina e di quella brezza che sconfina appena dentro il cemento e ci riporta alla quotidianità di regole e ingranaggi matematici. Sta tutto dentro un sentire onesto e pulito il suono di Luca Oliveto che ritroviamo dentro questo disco dal titolo “Generi indefiniti”. Sono strade polverose di pop e ubriache di luce quando suona andamenti semplici, popolareschi, giocando e pensando le piccole cose. Somiglia a chi è questo disco…

Forse è una mia impressione ma spesso nel disco, sin dalle prime battute anche, sembra che tu ti rivolga spesso alla speranza… che rapporto hai col futuro?
L’impressione è giusta, credo molto nella speranza che il mondo sia migliore che la mia vita vada sempre meglio, ho passato tanti momenti negativi nella mia vita ma non ho mai perso la speranza di poter sorridere e sperare nella felicità e la musica mi ha sempre salvato nel bene o nel male. I miei testi raccontano biograficamente la mia vita, 20 anni dopo la scrittura del mio primo brano e dopo 15 anni dall’uscita del mio primo disco mi rendo conto che il futuro ha sempre rispecchiato quello che il libro della mia vita scrive giorno dopo giorno.

I suoni provengono dalla terra, dalla popolarità, dal quotidiano. Anche in tal senso: per te il futuro che suono avere? Radici popolari antiche o computer dei robot?
I miei suoni rispecchiano la naturalezza della vita, del folk, della terra, il mio futuro sarà sempre accompagnato dal suono delle mani sulla mia Chitarra battente, classica più tosto che dal suono popolare della fisarmonica e dalle labbra che fanno vibrare l’aria di un trombone o di una tromba. Tutta la vita radici popolari antiche, tra l’altro facendo anche ricerca linguistica uso nei miei testi il Dialetto, per me patrimonio inestimabile della nostra terra. Non rinnego suoni elettrici e di ricerca ma non cambierò mai il suono acustico ad un suono robotico, rigorosamente controcorrente e legato alle radici della musica.4e

Altra sensazione: la libertà. “Generi indefiniti” l’ho trovato un disco decisamente libero. Lasciarsi andare è la chiave?
Assolutamente si, una frase che ripeto spesso è LIBERI SIAMO NATI E LIBERI RESTEREMO PER IL RESTO DELLA NOSTRA VITA. Vivere ogni giorno come se fosse l’unico, l’aneddoto per vivere a pieno ogni singolo momento ed attimo. Generi indefiniti rispecchia tutto questo, l’ indefinito come strada aperta alla vita in tutte le sue sfaccettature.

Altra sensazione: i balcani o comunque una certa ritualità e sacralità nella scrittura. Cosa ne pensi?
Sono legato molto alla sacralità, nel mio passato musicale il canto liturgico ha accompagnato il mio percorso musicale e nei miei testi faccio riferimento molte volte alla sacralità come rispetto tra la gente, all’ amore tra le persone, sento di essere una persona umile e ringrazio la Vita, aimè anche se con molte disavventure, come un dono speciale che mi è stato regalato.

La provincia, la terra di confine in generale, ti ha limitato o ti ha dato forti ispirazioni per la scrittura?
Sono legato molto alla mia terra al mio Sud alle mie radici da portare nel mondo, la mia scrittura è semplice racconta le storie della mia vita, della ricerca sul campo, ascoltando la mia nonna, i suoi racconti di un tempo passato ormai quasi dimenticato. Non scrivo mai un testo senza musica senza un giro armonico e musica senza testo, come una tela dove il pennello disegna le sue figure le sue immagini, io non ho mai cambiato una sola virgola di un mio testo, per me l’arte è l’attimo fuggente di quel momento, il mio cuore che scrive tramite la penna quel che sento in quel momento.