La pace di Blùnda passa attraverso una ballata strappalacrime

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Non conoscevamo Blùnda fino a qualche giorno fa, quando in redazione è arrivata (con qualche giorno d’anticipo sulla data d’uscita) la proposta inerente all’ascolto del suo nuovo singolo, “Pace”, che dopo l’exploit da solista della giovanissima cantautrice con “La mia Italia” conferma l’attitudine non solo al bel canto ma anche all’ottima scrittura di una penna (e di un’ugola) da tenere indubbiamente d’occhio.

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Certo, l’ascolto di “Pace” è stata occasione ghiottissima per recuperare anche il singolo d’esordio, e confermare l’eclettismo di una proposta che si muove con estrema dimestichezza attorno a linguaggi differenti, ma con la medesima forza emotiva e poetica: se infatti il singolo di debutto della cantautrice sembrava aver spalancato le porte ad una wave urban e neo-soul che – con tinte fortemente mediterranee – ammiccava tra le pieghe caustiche dei versi incendiari del brano, “Pace” riporta il baricentro su quel terreno autorale che Blùnda aveva già dimostrato di avere a cuore con la pubblicazione dei suoi rifacimenti di “Rimmel” e “Le Rondini”, capolavori indiscussi di De Gregori e di Dalla .

Il mood ballad che accompagna il ritorno di Blùnda ben si sposa con un brano che cresce con calma, senza fretta e allo stesso tempo senza posa: il grande protagonista, qui, è l’amore visto come farmaco contro le insicurezze di una contemporaneità sempre più liquida e artefatta, che sembra non lasciare spazio alcuno a ciò che non sia finzione; Blùnda cerca un porto sicuro, e lo trova certamente tra le braccia di chi ama, e allo stesso tempo nell’efficace produzione di una piccola “poesia in musica” che si regge in piedi da sola, abbisognando di pochi, ma ben calibrati, elementi.

Un ottimo lavoro che conferma la forza di un progetto interessante, al quale certo non permetteremo di uscire dai nostri radar.