In viaggio attraverso la vita (di palchi e banchi) di Sebastiano Pagliuca

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In occasione dell’uscita del suo ultimo singolo, abbiamo fatto qualche domanda al cantautore Sebastiano Pagliuca, che ci ha raccontato della sua vita di palchi, del momento che sta vivendo e di cosa voglia dire per lui essere cantautore oggi. Buona lettura!

Benvenuto Sebastiano! Raccontaci un po’ chi sei, da dove vieni e sopratutto dove sei diretto.

Ciao, ragazzi. Insegno Italiano e Storia alle medie e alle superiori dopo aver conseguito senza troppe pretese una laurea in Storia a Macerata con una tesi specialistica sugli Inuit, dal titolo “La complessità del primitivo”. Vengo da un paesino dell’entroterra marchigiano in cui non è stato facile, da bambino e adolescente, impiegare il tempo nei lunghi mesi invernali, quando si spegneva l’eccitazione che caratterizzava la breve stagione estiva, in cui carovane bohémien di ragazzi francesi ripopolavano quelle strade desertiche. Se l’estate mi vedeva travolto da tempeste ormonali, il freddo tornava per vedermi vagare lungo quelle vie da solo, e proprio in quelle passeggiate nascevano le mie prime canzoni, una sorta di tentativo speculativo di sublimazione di quelle esperienze passionali. Quelle compagnie di francesi mi mostravano il mondo che io fino a quel momento, chiuso nel paesino, avevo potuto conoscere e abbracciare solo attraverso la musica e la letteratura. Ora posso solo sperare di fare il contrario, esportare la mia musica e i miei testi altrove. È lì che sono diretto: un tour italiano, eheheh, magari un giorno, un tour internazionale, come sintesi perfetta delle mie due grandi passioni, il viaggio e la musica.

Qual’è la prima cosa che ti viene in mente se ti dico “Musica”?

Prima vi ho detto che le mie prime canzoni sono nate come un tentativo di sublimazione di quelle esperienze vissute grazie al contatto con i ragazzi francesi che venivano a passare le vacanze a Montelparo. Se dici Musica io penso alla mia esperienza, alle ore passate da solo a passeggiare per le vie di nuovo deserte del mio paese, a riflettere su quelle esperienze ora diventate ricordo, per trarne una sintesi misterica: la musica è stata per me una rielaborazione, anche in senso magico, di quelle estati conturbanti. Resta un mio modo, irrinunciabile, per decodificare la mia esperienza con la vita, nel mondo. In questo senso, Musica è la “parola” in musica, il codice di comunicazione con cui io, o meglio, ognuno può esprimere il non detto.

La scena più imbarazzante che hai vissuto su un palcoscenico.

Suonavo con gli Elpris a una festa della birra, ero sul palco a suonare già da un po’, faceva un freddo cane e io avevo bevuto non meno di 7 birre, per onorare la festa. Niente, dovevo assolutamente urinare: ho posato la chitarra e ho lasciato i ragazzi sul palco, interdetti, diciamo così. In realtà non è la scena più imbarazzante, ma è sicuramente quella più “narrabile”.

Decidi, dopo una lunga permanenza in band, di esordire da solista. Perché, se possiamo chiederti? E cos’è cambiato, nell’approccio alla scrittura?

Gli Elpris sono decollati nella loro formazione storica durante i primi anni universitari, ma ad un certo punto siamo cresciuti e ci siamo trovati di fronte ad alcune scelte di vita, come quelle legate al lavoro, per cui qualcuno di noi si è ritrovato a lasciare l’Italia. Nessuno di noi avrebbe voluto e di fatto non ci siamo mai sciolti, ma la vita a volte porta prendere strade diverse e abbiamo dovuto fare questa constatazione attraverso una scelta dolorosa per ognuno di noi: scesero lacrime alla nostra ultima volta sul palco insieme. Da allora, la mia esperienza da solista sviluppa una piega in realtà già presa nell’ultima fase Elpris, più intimista e paradossalmente, forse più concreta. Tuttavia, per me è arduo distinguere una vera cesura nel mio modo di comporre. Spetta a chi mi ascolta, se può e vuole, ricostruire un’eventuale filologia della mia produzione.

Parlaci del tuo nuovo singolo, che oggi ascoltiamo per la prima volta insieme ai lettori di Onde Indiependenti.

Quando insieme al produttore e amico Paolo Ojetti abbiamo iniziato a scegliere il vestito per “Aspetterò”, ci siamo volutamente ispirati al nuovo indie folk internazionale. Abbiamo ascoltato Raury, The Lumineers, LP e molti altri artisti che utilizzano strumenti acustici per creare intrecci ritmici che ammiccano al pop. Il testo si concentra sull’evoluzione del silenzio lasciato dalla fine di una relazione. Se all’inizio è un gigante che pesa sul petto e non ci lascia dormire, alla fine della canzone diventa un elemento importante per riflettere su sé stessi e ripartire.

Nel tuo stile autorale, fondi riferimenti al cantautorato italiano e vibrazioni tipiche della scena internazionale. Quali sono gli ascolti che hanno maggiormente forgiato il tuo songwriting?

Sicuramente tutti i cantautori italiani, vecchi e nuovi. Ricordo che già all’età di dieci anni ascoltavo con molto interesse le canzoni di De André, Guccini, De Gregori, mentre ero in viaggio sulla Multipla dei miei genitori. Le canzoni mi entravano in testa, ma più che spingermi a cantarle, mi spingevano a creare castelli in aria dai quali uscivano fuori mondi fantasiosi. Più avanti, hanno avuto lo stesso effetto su di me gruppi dell’indie italiano  anni ’90: Afterhours, Marlene Kuntz, CCCP, CSI, Zen Circus ecc.. Una volta arrivato all’università ho incontrato altri ragazzi che come me erano appassionati di musica “particolare”, o almeno non mainstream, per quel tempo. Grazie all’ambiente in cui mi trovavo, iniziai a conoscere anche i corrispettivi indie internazionali: Neutral Milk Hotel, Bon Iver, Sigur Ros, London Grammar, Beirut e molti altri.

Fu questo il periodo in cui scrissi di più!   

Senti, consigliaci tre artisti emergenti sconosciuti – o non mainstream -da scoprire a tutti i costi

Chiamamifaro, Nòe, Francesco Pecs.

Salutiamoci così: fatti una domanda, e datti una risposta.

Qual è il prossimo vinile che acquisterai? L’ultimo dei Fleet Foxes, mi piacciono tantissimo!