Il Salotto di Malcom: Moostroo

252

Come dire: in questo salotto prendo a prestito qualche arredo anni ’90 e poi lo spolvero e lo coloro di fluo e luci a led. In tutto questo la voce dei Moostroo sembra prendersi gioco delle apparenze e fa sberleffi alle parole, quasi fossero veri cantautori. L’elettronica mista al rock anni ’90 poi mi lascia un retrogusto strano a dirsi… Ecco la prima parte di un doppio album che ovviamente si lasciano ampiamente dedurre nel concept a partire dal titolo. Primo capitolo è “Male” per i Moostroo, disco anche corredato da un lavoro fisico di Tarocchi disegnati da Lucrezia Fontana in arte Aizer, ognuna delle quali si lega a uno dei brani della tracklist. Dunque il rock ci sta bene ma ci sta anche quel modo di giocare con i contorni della vita…

Benvenuti nel mio salottino musicale. Eppure io sono scaramantico e qualcuno disse che parlar di “male” poi alla fine “male” porta… e invece?
Rassegnati, è proprio così. Se ci si nasconde dal male o gli si volta le spalle, quello lavora ugualmente, quindi vale la pena sporcarsi le mani. Il male, come il bene, fa parte dell’esistenza, cosa vogliamo fare? Piazzarci fette di salame sugli occhi? Pensiamo fermamente che se esiste, abbia senso e che solo attraversandolo, o affrontandolo lo si possa comprendere. Occorre una buona dose di coraggio, perché il male sconquassa, ma solo così si può provare ad addestrarlo in noi. A noi è interessato fermarci e capire. Di recente la storia ci ha regalato una pandemia, un evento imprevedibile e inaspettato. Noi a Bergamo l’abbiamo vista da dentro. Ecco, è stata un’esperienza malefica sotto tanti aspetti, che ha incrinato l’equilibrio di molti, quel che abbiamo fatto è stato focalizzare sul senso di questo attraversamento. Roba pesante, ovvio, ma nel 2023 le occasioni di distrazione di massa sono innumerevoli e noi vogliamo al contrario cercare di essere presenti, perlomeno a noi stessi. Se ciò comporta affrontare il male, affrontiamolo. Poi è naturale che anche noi vorremmo che la realtà assomigliasse al migliore dei mondi possibili, peccato che, perché lo sia, sia necessario rimboccarsi le maniche e affrontarne le anomalie. La musica è indubbiamente veicolo di spensieratezza, nel nostro caso e veicolo di pensosità. Parafrasando l’oggi: “Metti un po’ di musica pesante che ho voglia di tutto”. Grazie del benvenuto!

Disco pieno di allegorie se penso solo ai tarocchi a corredo. La vita va presa con allegoria?
L’allegoria è quella figura retorica che esprime un significato diverso da quello letterale. Sì, ci piace pensarla così. Lo spostamento del significato costringe a pensare e a noi non spiace. Certo, sapere le cose direttamente è di certo la migliore delle possibilità, ma a volte per stemperare la pesantezza, giova ammorbidirla di poetica. La scrittura poetica ha strumenti che aprono all’interpretazione e garantiscono, nel nostro caso, di non essere troppo autoreferenziali per dare un respiro più universale ai contenuti che esprimiamo, al fine di lasciare libero l’ascoltatore di proiettare nella narrazione, parti di sé, per rispecchiarsi. Il tarocco invece è un’ancestrale forma simbolica (quindi anche allegorica) che rievoca archetipi di tratti della personalità umana. Noi non abbiamo prodotto reali tarocchi, bensì 8 carte ispirate al tarocco, le quali rappresentano – accoppiate – una canzone di “Male” e una di “Bene”. Le abbiamo pensate canzoni in dialogo tra loro, come se una richiamasse l’altra. L’artista di queste carte è Lucrezia Fontana, aka Aizer, la quale ha tradotto in chiave moostroosa il nostro immaginario. Spesso ai nostri live è presente Samuele Togni, giovane poeta, che ha creato una chiave interpretativa di queste carte e si presta a leggerle a chi interessato. Si aggiunga che non abbiamo pubblicato un disco fisico: lo si trova sulle piattaforme in streaming oppure, acquistando le suddette carte, è possibile, attraverso un QR Code scaricare il disco in digitale. Pubblicheremo un vinile dopo la pubblicazione di “Bene”. Infine per arrivare a compimento di questo progetto abbiamo e stiamo collaborando con il collettivo di musicisti Do Ink Yourself, perché la contaminazione creativa ci ha sempre regalato ottimi frutti.

Ho sempre pensato che gli anni ’90 fossero morti e invece dalla vostra c’è un revival pesante e interessante. Sbaglio?
Che rimandi al passato può darsi nella scelta di alcuni effetti in post-produzione e forse anche per lo stile musicale, ma questo non ci pare faccia male ai tempi dei samples. Solo se si teme il tempo lo si segmenta a intervalli: il disco per noi è figlio del nostro tempo. Nei ‘90, se la stagione era buona, limonavamo di brutto e protestavamo nei giorni pari, nei dispari disagio. Da manuale. Ma non è tanto il passato in questione, si tratta più di raccontare se stessi per quel che si è, con l’idea di rispecchiarsi negli altri, nell’umanità e nell’essere presenti a se stessi. Il disagio degli anni ’90 ci ha regalato spirito critico, sintonia emotiva e un uso capillare degli improperi. Nei ’90 c’erano meno risorse e meno intrattenimenti. Se poi tutto questo assomigli a un suono, può anche darsi, ma non siamo andati a cercarlo, ci siamo espressi.

 

E quanta piacevole elettronica dentro… raramente accade che questa non finisca per prendere il sopravvento. A voi non è accaduto…
A noi piace soprattutto la musica suonata più di quella campionata, ma non siamo rigidi in tal senso. Il disco è un prodotto di questi ultimi tre anni, suona come questi ultimi tre anni. La ricerca dei suoni è stata per noi un passo avanti del progetto. Quello che ci appassiona musicalmente in definitiva è il groove e da quello partiamo. Il beat cardiaco è la base, basso e batteria sono i messaggeri, gli emissari di questa pulsazione; sono gli ambasciatori che partono per glorificare la voce e i testi di Dulco, da sempre “motore immobile” che anima le cose celesti del caos che abbiamo dentro. L’assaggio di elettronica per noi è ritmo, è ruvida espressione che «po’ esse fero e po’ esse piuma» sempre al servizio del nostro demone ispiratore: la nostra sorda speranza è che Dioniso venga a farci visita alle prove, nei nostri sogni, nella nostra vita. È anche un’elettronica a tratti rumorosa e a tratti materica. Non è solo ritmica ma anche sogno, un universo onirico che al solo groove mancava. Un qualcosa che potesse poi cullare la voce e il testo. Su ogni canzone c’è molto lavoro: nelle ritmiche basso-batteria sempre più complesse, nella chitarra, nelle linee vocali, nell’interpretazione. L’intenzione è stata superare noi stessi, l’oltranza, l’andare oltre. L’obiettivo raggiunto è dotare di autenticità la sperimentazione. Dulco porta un brano che gli esce dal cuore, dalla testa o dal culo, noi lo si mangia, digerisce e vomita, a Franz, produttore artistico e bassista, il compito di rimettere ordine in quel bolo, a Igor, batteria ed elettronica, quello di dargli vita.

Mi sono sempre chiesto perché questo moniker con due “o”…
Banalmente, per essere ritrovati nelle paludi della rete. Più romanticamente perché siamo attratti dalla mostruosità umana e la parola MOOSTROO, letta all’inglese, suona nel nostro dialetto (bergamasco) come mustrù, vale a dire “grosso mostro”.

Disco anni ’90 questo “Male”, allora diremmo che abbiam davanti un bel disco di rock alternativo intriso di una elettronica assai inglese nei gusti. Disco di rapporti umani, di dinamiche e di ricami consumati nel quotidiano. Disco di resistenza e di nuova luce come dentro “Abbraccio” o la successiva “Gigante”. Di questo taglio estetico anche “Disamistade”, chiusa del disco che rende omaggio a Faber e Fossati. Disco di egocentrismi vari dove l’io è il centro come dentro “Disparipari” che penso sia un manifesto di tanto, non solo del disco in se…