Il ritorno in grande stile di Ugo Cappadonia

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A volte, capita di inciampare ancora in cose belle, in quei fiori che la gioventù (che non è un fatto anagrafico, ma una questione di mentalità, approccio, stile) fa ancora crescere per le strade, tra i respiri del cemento (più che mai) armato che ci circonda. Cappadonia non è certo uno sbarbatello, tutt’altro: il chitarrista e cantautore siciliano di stanza ormai da anni a Bologna è un nome che ricorre spesso sui rotocalchi dell’alternative nazionale, al fianco di nomi di punta della scena (primo su tutti, forse per gusto musicale del sottoscritto, Umberto Maria Giardini).

Per questo il suo silenzio non può essere passato inosservato agli amanti delle “radici”, e sicuramente non è passato inosservato il suo ritorno (il primo, dopo la pandemia) con “La guerra è iniziata”, singolo che rompe un digiuno durato mesi restituendo all’ascoltatore un bella (quanto tragica) fotografia attraverso una retrospettiva inedita, inusuale per i tempi e imprevista da ascoltatori troppo rilassati da canzonette di consumo. “La guerra è iniziata”, invece, diventa un pugno secco nei denti di chi ostenta da sempre un sorriso fin troppo facile – quanto fragile: nell’era dello spegnimento neuronale e del “sovraccumulo” di suoni, effetti speciali ed esplosioni musicali controllate, la ballata folk minimal ed essenziale di Cappadonia diventa la cartina tornasole della nostra stessa ingenuità, permettendo finalmente di toccare con mano materia pulsante, capace di riattivare la circolazione cerebrale ed emotiva.

Poche, giustissime cose che aiutano a delineare un ritorno di spessore, continuando a segnare la distanza fra il poco (che è tutto) di Cappadonia e il tutto (che è niente) dei tre quarti della musica contemporanea. Che continua, inesorabilmente, a buttarci giù.