I VINTI DI MARQUEZ

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MARQUEZ

I VINTI

 

 

Prologo

Campo largo.

La terra tremante guarda le proprie rovine attraverso la lente opaca del disincanto, un filtro dal

colore arancio-notte-periferia-dimenticata.

C’è ancora qualcosa che le vorrebbe raccontare, anche se lei è distante ed evanescente come una

cometa o una costellazione di quel cielo che non ha mai compreso.

D’altronde, sotto i piedi pesanti, ha sempre voluto sentire la terra, lui.

Si assicura che il ponte di legno regga i suoi passi ogni volta. Chiude il pugno, bussa, «toc-toc», e

solo allora lo attraversa.

Un riparo sulla cima del monte, lo raggiunge e accende un fuoco.

Ha sempre pensato fosse un artificio per fermare il tempo, ora intende invece invertirne l’effetto,

riavviare il circolare moto delle cose, «tic-toc, tic-toc».

La città è bianca, vista da lì, sterile come una vacca mandata al macello. Il crepuscolo arriva e la

copre per risparmiarle la vergogna.

Così li vede: decine di fuochi disegnano una mappa luminosa dalle movenze pulsanti.

Lui si racconta una storia nella quale immagina di essere meno solo.

C’è ancora qualcosa che le vuole raccontare.

Vede un bagliore in cielo più luminoso degli altri, come in quella sera di febbraio quando prima le

ha sorriso, poi le ha detto tutto senza parlare.

Magari è una stella, uno di quei punti di luce per lui inspiegabili che alzando il naso al cielo non sa

guardare se non con gli occhi dello stupore, in silenzio.

Dissolvenza a nero.

I vinti.

 

 

Scritto da Andrea Comandini

Suonato da Andrea Comandini, Michele Bertoni, Sara Castiglia, Fabio Ricci, Antonio Comandini e

Marcello Nori

Prodotto da Michele Bertoni

Registrato, missato e masterizzato da Michele Bertoni e Andrea Comandini

Produzione esecutiva Fabio Ricci

Artwork realizzato con le fotografie di Marcella Magalotti –

 

 

 

Come definiresti con quattro aggettivi la tua/vostra musica?

Che ne so, introspettiva? In realtà penso che non si debba limitarsi alle definizioni perché sono sempre limitanti. In cuor mio spero sempre che crescano generazioni di nuovi ascoltatori curiosi di scoprire e valutare in base al proprio senso critico; penso che ce ne sarebbe un gran bisogno, per il bene della musica.

 

Come si intitola la tua/vostra ultima fatica discografica e come è stato il percorso di produzione della stessa?

Volevo da tempo realizzare un disco senza le chitarre e finalmente ci sono riuscito.

D’altronde, l’idea di usare quasi esclusivamente dei synth si sposava alla perfezione con le immagini che volevo evocare in questo lavoro.

Immaginavo che tutto si dovesse svolgere in uno scenario distopico e nebbioso, che in qualche modo rappresentasse il periodo storico che stiamo vivendo.Dunque la creazione di un ambiente asettico, dove anche la voce fosse spietata, è stato un processo che si è definito naturalmente, durante la pre-produzione casalinga prima, e in studio poi, insieme a Michele Bertoni che ha prodotto il disco.

 

Se ti chiedessi quanta gente “mi porti” ad un tuo concerto, come reagiresti?

Ho smesso da tempo di fare concerti “tradizionali” proprio per stare lontano da certe logiche. Mi interessa creare degli eventi site-specific per un numero piccolissimo di persone, quindi direi che mi trovo agli antipodi di chi potrebbe fare una domanda del genere.

 

Quanto sono importanti i social per la tua/vostra musica?

In questi giorni lo sono molto, inutile negarlo, resta il fatto che il mio rapporto con questi strumenti sia difficile e conflittuale.

 

A quanti concerti di musica di altri artisti indie sei stato negli ultimi sei mesi e cosa ne pensi dell’underground indipendente?

Bè, no ho visto granché anche per colpa della particolare situazione nella quale ci troviamo. Data la difficoltà di spostamento, ho approfittato per vedere alcune band amiche e vicine, in particolare mi hanno stupito i Comaneci che hanno raggiunto una maturità dal respiro internazionale.

Rispetto all’underground indipendente non so bene cosa dire, non sono molto ferrato in materia, mi spiace.