I nuovi ruggenti anni venti di Turrini e Guidi: analisi di un disco che sa di libertà

130

Non è roba da tutti i giorni trovarsi di fronte un disco di blues/jazz che suona con la freschezza del pop, e con il piglio del rock’n’roll 2.0. In effetti, abituati come siamo a vederci propinati ascolti disparati e spesso accomunati dalla stessa medesima e approssimativa poca cura per forma e contenuti, un disco come “G and the Doctor”, seconda fatica del duo romagnolo composto da Gloria Turrini e Mecco Guidi per Brutture Moderne, risulta davvero un’imprevedibile quanto piacevole eccezione e fuga dalla mediocrità di questi primi venerdì di inizio estate.

Sì, perché al netto della quantità di proposte che l’avanguardia musicale nostrana sta propinando, di settimana in settimana, ad ascoltatori sempre più atrofizzati nella nenia imbambolante di hit dalla durata stagionale, Turrini e Guidi praticano il massaggio cardiaco ad un pubblico in disperato bisogno di riferimenti, e di rieducazione al bello: “G and the Doctor”, in effetti, ha tutto l’aspetto di un lavoro che raccoglie gli elementi fondanti e le inclinazioni storiche principali del blues (quello sporco e duro, privo di fronzoli eccessivi e ricco di profondissima umanità) nel percorso fitto e complesso di undici tracce che riescono a far sembrare semplice e naturale l’approccio virtuoso allo strumento di tutti i musicisti coinvolti.

Turrini canta e suona la batteria, mentre Mecco Guidi danza su un pianoforte che ha il suono dei saloon, con la “ghigna” sorniona ed esperta dei musicisti di lungo corso che sulle rive del Mississipi sembrano intonare odi alla libertà e alla malinconia, in un tripudio di sole e distese infinite di rocce e brughiera; è il blues che scorre nelle vene, che “tutt’e journ agg’ cantà” perché senza blues, chi davvero ama e tutela il blues dalle derive delle cover band improvvisate che ne sdoganano i meccanismi come “semplici” e “intuitivi”, non sa proprio stare: è l’urgenza sincera dello stare insieme, del ritrovarsi per riconoscersi nelle blue notes di “G and the Doctor”, che anima l’intera evoluzione di un disco che racconta l’oggi attraverso liriche semplici e immediate, capaci di trasportare il passato (vogliamo chiamarlo così?) nel futuro e viceversa.

Nove composizioni originali su undici tracce totali, una cover di Dinah Washington e un paio di collaborazioni (in pieno stile Turrini/Guidi; gente che, davvero, ha suonato tanto, con tanti artisti diversi) che arricchiscono il significato di un disco sentito e vero, sincero nella sua ostinata ricerca di naturalezza.

Un lavoro che fa sembrare semplice tutta la complessa sinergia di anime creata dal duo romagnolo, conferma definitiva della necessità di riscoprire un modo di vivere ed intendere il blues che i due stanno portando in giro da anni, e che ora chiede a gran voce di essere ancor più riconosciuto e tutelato dall’usura delle mediocrità.