Giuseppe Vorro: la semplice potenza di “Su queste parole”

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“Su queste parole” di Giuseppe Vorro è un potente brano pop rock che esplora la depressione esistenziale e la lotta contro un presente insoddisfacente. Scritto quando l’artista era ventenne, il testo riflette la stanchezza dello studio e la disperazione di quel momento. La musica, caratterizzata da due accordi aperti ripetuti, amplifica l’intensità emotiva, trasmettendo la rabbia che potrebbe essere il motore della resistenza. Nonostante siano passati molti anni dalla sua creazione, il brano mantiene una rilevanza universale, offrendo un’esperienza di connessione emotiva per chiunque abbia affrontato simili sfide interiori.

Quando e come ti sei avvicinato al mondo della musica?

Nella preadolescenza grazie al fatto che in casa mi padre suonava anche lui più strumenti a corda.

Per imitazione e per concomitanze di un periodo in cui cambiando abitazione di residenza mi ritrovai molto tempo nel pomeriggio da solo a imparare a maneggiare la chitarra di casa.

La radio poi mi faceva conoscere quello che accadeva di musicale fuori dalle mie quattro mura oltre al passaparola degli amici di scuola. Pochi dischi a casa dalla musica dialettale napoletana al jazz e rock’n roll.

Quali sono i tuoi artisti preferiti e quale tipo di musica ascolti?

In primis Lucio Battisti nella sua globalità discografica. Poi ovviamente i principali artisti rock dagli anni 60 in poi. In quanto bisogna avere una cultura musicale e quindi l’ascolto quasi quotidiano anche di quanto ha fatto storia va fatto. A me piacciono gli artisti che non si ripetono disco dopo disco ma fanno una ricerca continua e anche fuori dai trend del periodo. Inoltre sono trasversale anche ai generi: oltre il rock, il jazz e anche la classica e la lirica.

Da cosa ti lasci ispirare quando componi?

Non ho qualcosa di preciso. Mi lascio trasportare dal momento e dalla sorpresa che riservano a me stesso certi passaggi armonici, certe ritmiche o utilizzare un particolare linguaggio per esprimere concetti non banali.

È da poco uscito il tuo ultimo singolo. Ci racconti com’è nato.

E’ stato scritto in età giovanile in un pomeriggio invernale in cui tutto il mondo sembrava  facesse peso su di me. Quindi lo sconforto e il riferimento al blues nel testo della canzone per evidenziare quello stato di down psicologico che però grazie all’azione dello scrivere del momento come in uno specchio porta ad una coscienza e ad una reazione che fa vedere la luce in fondo al tunnel. Poi ha subito diverse vesti estetiche perpoi arrivare a questa realese definitiva.

Come definiresti le sonorità di questo pezzo?

Senz’altro è un pezzo pop rock con venature psichedeliche. La chitarra elettrica ha un ruolo fondamentale anche se la distorsione non è evidenziata nel mix in modo preminente. Vi sono linee di chitarra che si intersecano a diversi livelli di presenza. Si voleva esprimere un mood ondeggiante fra rassegnazione/ dark e rabbia/distorsione. Il lungo assolo liberatorio, nella versione completa, cerca sempre di essere contenuto perché tiene conto di un perimetro chiuso dentro cui ci si muove. La via d’uscita è solo da intuire.

Di chi è l’idea del video e da chi è stato girato?

Il video è stato realizzato da Gianluca Pedrazzi con cui ho collaborato per la prima volta. Ci siamo confrontati sul significato della canzone ed ognuno di noi ha tirato fuori delle idee che poi sono state messe in pratica. E’ stato fatto tutto in box diciamo così come si dice per la musica. Il risultato mi ha soddisfatto parecchio frutto di una buona sintonia tra di noi. 

Quali saranno i tuoi prossimi passi discografici?

Nel 2024 ho in progetto diverse pubblicazioni di inediti nate da diverse collaborazioni con diversi musicisti e strumentisti. Diversi generi per una musica a tutto tondo.