Esplorando il cuore e l’anima di Febe con “What If”

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What If” di FEBE è una canzone intima che ci fa riflettere sulla complessità della mente umana e sulle sfide che molti di noi affrontano quotidianamente. L’artista ha aperto il suo cuore e la sua anima, regalandoci un brano carico di empatia e comprensione. La sua musica è una luce nel buio, un’opportunità per chiunque ascolti di sentirsi meno solo nel proprio cammino.

Quando e come ti sei avvicinata al mondo della musica?
Io e la musica viviamo in simbiosi da sempre, non credo che esisterei senza di lei perché mi da da sempre la forza per andare avanti. Ho sempre amato la musica, fin da quando ero molto piccola mi mettevo a disegnare e mi inventavo le canzoni sui personaggi che raffiguravo, poi in quarta elementare ho iniziato chitarra e nel 2016 a prendere lezioni di canto dalla mia insegnante Luisella Sordini, che è una grande professionista e mi ha tirato fuori una voce che si vergognava a sbocciare. Per tutta la vita la musica è stata una colonna portante, mi ha salvata tante di quelle volte che non riesco più a contarle.

Quali sono i tuoi artisti preferiti e quale tipo di musica ascolti?
Partendo dal presupposto che ascolto di tutto, perché è bene ascoltare tutto quello che viene definito musica anche se magari lontano dai nostri gusti, in what if si sente molto l’influenza di Lana Del Rey, nei prossimi sicuramente riconoscerete i Linkin Park, Justin Bieber, Avril Lavigne, Lene Marlin, The Canberries e i Coldplay. Tutti artisti che ammiro moltissimo e da cui prendo molta ispirazione.

Da cosa ti lasci ispirare quando componi?
Cerco di ascoltare le mie emozioni, quello che scrivo e compongo è parte di me, racconta la mia vita. Prendo ispirazione da altre arti, specialmente quella moderna e contemporanea, dai film, dai personaggi di libri e serie tv in cui mi ritrovo. In questo EP -di cui fa parte anche what if- l’ispirazione proviene dalle mie emozioni negative, o dal sentimento chiave di una canzone… Ad esempio: se sono arrabbiata, allora tutto, banalmente, avrà un’impronta un po’ più aggressiva, se sono sconfortata allora magari ci sarà qualcosa di più calmo e scoraggiato nel mood della canzone.

Il tuo nome d’arte, “Febe,” ha un legame con la mitologia greca e il dio Apollo. Puoi condividere con noi il significato di questo nome e come si collega alla tua musica?
Il nome FEBE è un elegante nome di origine greca e significa “luminoso”. Infatti, “Febo” era uno dei tanti aggettivi usati per definire Apollo, dio della musica, delle arti, della profezia e del sole. Il legame che ho con la mitologia greca e la musica mi ha portata a scegliere “Febe” come nome d’arte. Febe in quanto personaggio ha un tono di voce autentico, vulnerabile e sincero, voglio che la gente si riveda in lei, che si senta meno sola, Febe a differenza di Emily (che sono io come persona) fa delle sue debolezze un cavallo di battaglia.

Puoi raccontarci come è nata l’ispirazione per “What if” e quali emozioni hai cercato di esprimere attraverso di essa?
Tutto è partito da un giro molto semplice di accordi, le note del mio telefono e una registrazione. Ho mandato la demo allo studio dove ho inciso tutto il mio EP e dato un po’ di direttive su quale stile avrei voluto l’arrangiamento, ci siamo ritrovati poi, dopo le prime bozze, per discutere di cambiamenti e registrarla e devo dire che ce ne siamo innamorati tutti già dai primi ascolti. Ha qualcosa di speciale e autentico per me questa canzone perché mi mostro vulnerabile e mi mette a nudo tutte le volte che la sento. Quando si passa un brutto periodo, spesso si nega come ci si sente perché magari ti porti dentro questo malessere da tempo e ti sembra quasi una parte normale delle tue giornate, ne diventi impassibile, ma poi inevitabilmente giunge la goccia che fa traboccare il vaso e i pensieri intrusivi hanno la meglio e quindi ci si fanno domande su domande: ma sarò abbastanza? Ma perché sono sempre sola? A qualcuno importa realmente di me? A me stessa importa di me?

Come definiresti le sonorità di questo pezzo?
Meditativo, sad core, sognante.

Di chi è l’idea del video e da chi è stato girato?
È stato un lavoro di gruppo e certo, io ho dato le direttive iniziali, ma senza lo staff del Blair Witch House Studio e la fotografa Laura Viaggi non sarebbe venuto fuori questo bel prodotto finale.
Abbiamo registrato il videoclip (che trovate su YouTube) in due giornate: una in giro per Firenze e una a Lido di Camaiore in Versilia, volevamo dargli questo aspetto un po’ sognante e meditativo, così come lo è la canzone. Il microfono è una metafora: la musica come unica cosa a cui aggrapparsi per provare a uscire da un brutto periodo e per non rinunciare a vivere.

Quali saranno i tuoi prossimi passi discografici?
Ho pronto un EP che uscirà presto, si chiama Drowning, ed è composto da cinque canzoni tutte di generi abbastanza diversi tra loro, unite da un’unica tematica che mi sta a cuore: la salute mentale, la solitudine, l’ansia e l’arte come terapia. Presto usciranno altri brani, uno ogni mese, posso spoileravi che il prossimo singolo uscirà il 27 ottobre e si chiama is this living life? È molto più arrabbiato rispetto a what if, ma come ho detto, volevo provare più generi perché sono solo all’inizio e perché non voglio neanche fossilizzarmi su uno solo. Voglio essere versatile.