Cinque domande per affondare in Riviere

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Riviere è un artista di cui abbiamo già avuto modo di parlare qualche tempo fa, in occasione dell’uscita del suo ultimo singolo per Revubs Dischi, dal titolo “Come il lago”.

Il cantautore lombardo, trapiantato sin dall’infanzia il Liguria, si era già fatto notare dai nostri radar con “Quando parlano di te”, il suo brano d’esordio: scrittura autorale, idee chiare e melodie efficaci parevano essere sin da subito gli ingredienti principali dell’alchimia di Riviere.

Oggi, cogliamo l’opportunità di celebrare il 25 aprile scambiando due chiacchiere con chi combatte la propria resistenza culturale a colpi di poesia, contro un mercato sempre più impegnato a zittire i suoi “servi disobbedienti alle leggi del branco”; Riviere, di certo, sembra essere tra questi.

E De André, come leggerete, non è stato qui un riferimento pret-à-porter.

Ciao Riviere, benvenuto su Onde Indiependenti! A qualche mese di distanza da “Quando parlano di te” torni con “Come il lago”. La domanda, a questo punto, sembra ovvia: che rapporto hai con l’elemento acquatico?

Ciao! L’elemento acquatico è per me, da sempre, una potentissima metafora della vita. Il mare mi dà un assoluto senso di libertà e giustizia, grazie alla sua vastità e alla sua puntuale auto-pulizia dopo le grandi mareggiate: non dico che ce la meritiamo tutta quella energia distruttiva, sicuramente però abbiamo con l’acqua un enorme debito originario, visto che tutto è nato e continua a essere grazie a essa. Il lago è una altrettanto potente metafora di vita che tuttavia non mi va molto a genio.

“Come il lago” sembra un brano d’amore amaro, che non scende giù e lascia un groppo in gola. Come si resiste al “vortice”?

Al “vortice” si resiste diventando consapevoli di cosa ci circonda, delle nostre sensazioni ed emozioni, facendo un lavoro di analisi finché la via d’uscita comparirà davanti a noi lucida ed evidente. Non ha una durata precisa questo processo, ci sono ostacoli da superare che all’inizio sembrano insormontabili che si devono affrontare con le proprie forze e i propri tempi.

Che tipo di rapporto hai con le tue canzoni? Che valore ha la scrittura per te?

La scrittura ha per me valore catartico. Ho bisogno di scrivere o suonare quando qualcosa mi colpisce, che sia successo a me direttamente, dopo aver visto un film o letto una notizia. Vivo tutto sulla mia pelle e con i miei schemi mentali cerco di incasellarlo, se non ci riesco ecco che l’atto creativo diventa l’unica via percorribile.

“Così son diventato mio padre, ucciso in un sogno precedente”. Anche tu, come De André, hai paura di diventare “tuo padre”? Ovviamente, nel senso simbolico del termine…

Sono contento che tu abbia citato “La Canzone Del Padre” di De André, appartenente a un album tanto controverso quanto pieno di mistero e meraviglia. Penso che i genitori ci lascino, più o meno consapevolmente, dei modelli che noi figli sempre più o meno consapevolmente siamo portati a seguire. Credo sia una cosa assolutamente normale: non deve imbarazzare o limitare in alcun modo il fatto di trovare su di sé tratti in comune con chi ci ha cresciuto, è una delle conditio sine qua non dell’essere umani.

Il lago come metafora di immobilità, di quiete gravida di pericolo. Ti senti ancora lì, in mezzo al lago e preso dal vortice?

Quel periodo è per fortuna passato. Sensazioni come il “vortice”, tuttavia, potranno sempre ritornare. Da esse si può uscire soltanto riprendendo interamente possesso del proprio io: ho scoperto che serve razionalizzare tutto quello dentro di noi e quello che ci sta intorno, così da poter incasellare ogni cosa e vederla finalmente per quella che è davvero.