chiamatemiFRAN, intervista Come va: “Un sorriso spesso è una cicatrice nascosta”

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Ecco cosa ci ha raccontato il cantautore campano chiamatemiFRAN sul nuovo singolo Come va, con il meraviglioso videoclip annesso, e il suo progetto artistico

Ciao Francesco e benvenuto. Raccontaci il messaggio che vuoi lanciare con Come va?

Ciao, e grazie per l’opportunità. “Come va?” è un brano che ho approcciato come scommessa. Fa parte di un percorso durato un anno in cui ho cercato di mettermi in gioco a livello di scrittura e di messaggi lanciati. Ho sempre avuto, per ascolti, ispirazioni, e gusti artistici inclini ad un determinato mondo emotivo, la tendenza a decriptare le mie emozioni in musiche con impasti malinconici, grigi, spesso lenti e pesanti. Un mondo emotivo, dicevo, che è quello verso cui mi rifugio quando ascolto musica. Mi sono quindi chiesto come sarebbero i miei messaggi se fossero bagnati da un approccio sentimentale diverso, più vigoroso e con un po’ più di “luce”. Da qui è nata “Come va?”, una canzone scritta con melodie banali, comuni, un giro d’accordi semplice, ma con un testo che mi rispecchia a fondo e di cui vado molto orgoglioso. Perché è nel testo, la chiave del messaggio. Andare al di là delle apparenze (una canzone felice, un viso sorridente) e scavare a fondo per capire il nucleo di chi (o di cosa) si ha davanti, sia appunto questi una persona che amiamo, un estraneo, o un’opera d’arte. “Come va?” è un invito a chi l’ascolta di dare peso, importanza ed accortezza a ciò che abbiamo davanti. A non dare per scontato nulla, nemmeno le emozioni più evidenti. Un sorriso, molto spesso, non è che una cicatrice ben nascosta.

Lo storytelling del videoclip

Seguendo la falsariga del messaggio nascosto nel testo della canzone, e nel suo arrangiamento, il video si costruisce dopo un lungo dialogo durato circa un mese tra me e Gianmaria Palombo, il regista del video. L’idea dietro le immagini è quella di rappresentare un’anima (in questo caso rappresentata da Serena Specchi, che colgo l’occasione per ringraziare per essersi prestata al progetto) che vaga tra paesaggi diversi, i quali rappresentano diversi stati emotivi che tutti noi passiamo: la gioia, la spensieratezza, la malinconia, la paura, la tristezza, la compassione. E in ogni paesaggio in cui l’anima va, si affaccia, lascia un “seme”, un sassolino su cui disegna appunto lo stato emotivo in cui si trova in quel momento. L’idea è quella di “Pollicino” che lascia briciole al suo passaggio per non perdere la via di casa. E qual è la via di casa? La compassione, l’empatia, rappresentata nelle scene finali dal rapporto quasi madre-figlia tra l’anima in viaggio e la saggezza della donna che dipinge sul sassolino finale.

Quali sono le tue influenze musicali?

Le mie influenze musicali spaziano parecchio, radicandosi però in un mondo – come anticipato – piuttosto introspettivo, ermetico e catartico. I miei autori preferiti sono tre, se proprio dovessi immaginarmi un Pantheon, e sono De Andrè, Thom Yorke e Damien Rice. Un trio atipico, forse, che però mi ha costruito come persona, e come autore dei miei testi. Poi mi rifugio spesso in ascolti più mirati che si radicano nell’hinterland londinese: James Blake, Jeff Buckley, Son Lux e tutto quel mondo elettronico/acustico che non riesce mai a stancarmi. Infine i classici, dai Pink Floyd ai Dire Straits, da cui prendo il peso di un passato che va costantemente onorato dando alla musica la sua funzione primaria: il senso, il messaggio.

Quanto è servita artisticamente l’esperienza da musicista di strada a Londra?

Moltissimo. Ho vissuto a Londra 4 anni, due dei quali li ho vissuti lavorando in vari ristoranti e bar per mettermi da parte un piccolo gruzzolo che poi ho investito in attrezzatura, amplificatore, tastiera e microfono. L’idea è sempre stata quella di fare musica di strada, che è il motivo per cui sono andato a vivere a Londra – patria, all’epoca, della musica di strada assieme a Dublino. La musica di strada ti insegna una cosa fondamentale: tutti hanno un destinatario. Il pubblico si crea spontaneamente, ed è quello più fedele. È la fedeltà di chi, nonostante stia andando a lavoro, sia con il proprio partner o la propria partner, sia in ritardo per un bus, un treno o un appuntamento, o stia con le buste della spesa o i propri figli piccoli, si ferma e ti dedica 10 minuti della sua vita, della sua frenesia quotidiana. È il pubblico più genuino, perché si ferma per ascoltarti. Non per guardarti. Non per giudicarti. Ma perché sei una finestra d’ossigeno in una cappa che è la vita in cui noi occidentali (e non solo) siamo costretti a vivere. Mi ha insegnato a non avere più timore di esibirmi, a dedicarmi anima e corpo alla musica quotidianamente. Mi ha insegnato anche a vivere con un pasto al giorno, a volte a saltarli, e quindi mi ha dato il polso di cosa significhi vivere con poco – e certi periodi con nulla. Molti, in Italia, vedono ancora la musica di strada come un chiedere l’elemosina – lì, in Inghilterra, si è visti non con pietà ma con rispetto, e spesso ti ringraziano pure.

Progetti futuri?

Il futuro si disegna e ridisegna costantemente. Vivere di musica è uno degli obiettivi cardine, ma la vita che vorrei non si fonda solo nell’idea di far musica quanto più di ogni altra cosa creare una comunità, un punto, un luogo, in cui la musica possa essere veicolata, creata e rispettata. Sarebbe bello avere un mio locale, un mio “posto”, in cui coltivare arte in ogni sua forma. Fino ad allora, lavoro e costruisco la mia persona perché il modo migliore per fare musica e scrivere testi è vivere. Se non viviamo, difficilmente abbiamo cose da raccontare, emozioni da tramandare.