Beatrice Pucci è l’antidoto che cercavi alla mediocrità del weekend

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Abbiamo già avuto modo di raccontarvi di Beatrice qualche mese fa, quando arrivò in redazione la proposta di “Figli”, il suo brano d’esordio, e noi non potemmo far altro che parlarvene con i giusti toni entusiastici: dopotutto, Beatrice Pucci rappresenta davvero, per noi, la quintessenza di quell’indipendenza stilistica, emotiva e musicale che da sempre ci impegniamo a valorizzare, esortare a resistere, ad imporsi sul dilagante mare di mediocrità che ormai fa naufragare le nostre speranze di una musica migliore.

Ecco, le aspettative nutrite dal timbro personale ed autentico di “Figli” finiscono così con l’essere superate dalla pubblicazione di un disco denso, che annida nelle sue anse l’identità di un progetto in cui credere diventa farmaco per tutti: le sei tracce di “Le Colline dell’Argento”, intelaiate attraverso una scrittura che diventa crocevia di esperienze d’ascolto diverse, raccontano un universo personale che diventa manifesto di una generazione in cerca di nuove certezze, e allo stesso tempo ben decisa a non accontentarsi più di “idoli” di plastica.

Ed è così che le incertezze e le facili risposte della “Città Sospesa” finiscono con il bruciare tra le fiamme di “Mangiafuoco”, mentre le canzoni disegnano atmosfere da film di Bergson, sospese nella ricerca tra essere e apparire, rinascere e morire un po’ per non morire più: il linguaggio musicale è quello che passa dall’acustico, dal suonato e da ciò che veramente risuona, senza rincorrere alle scorciatoie di una “digitalizzazione” sempre più alienante.

Il risultato finale è un disco sincero, che merita di essere ascoltato con cura: come si fa con le cose belle, perché la bellezza, oggi più che mai, richiede un’estrema quanto salvifica attenzione.