Andrea Tarquini: il suo ‘900 dentro un disco

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Quante sensazioni antiche dentro l’ascolto di questo terzo disco di Andrea Tarquini. Non è facile gestire un ascolto di questo tipo oggi, che ormai siamo proiettati nel qui ed ora futuristico, digitale, fintamente originale… sicuramente è un momento strano, paradossale, di troppe estetiche e pochi contenuti reali. Le apparenze ovunque imperano e determinano. Dunque abbiamo ancora la capacità di fermarci di fronte ad un uomo che usa la parola come mezzo narrativo? Forse no…

Ed è così che un disco come “In fondo al ‘900”, e tanti come questo, forse finiscono nel famoso “cestone dei tanti”, con quei dischi che arredano e che servono da sventolare quando occorre lavarci la coscienza, quando dobbiamo mostrare delle prove per dire a tutti che ancora la musica è foriera di cultura, bellezza, saggezza e tanto altro… per dire a noi stessi poi che la musica è portatrice sana di qualità, quando la si fa seriamente. Poi però i numeri importanti sono destinati a chi la musica la usa come intrattenimento e studia le sillabe e i suoni più che i contenuti.
Andrea Tarquini vien fuori dagli anni d’oro, quelli di Stefano Rosso di cui lui era una chitarra fedele. Giunto al suo terzo disco da cantautore, Tarquini non smentisce ne le sue origini romane, ne la sua scuola di provenienza, ne tantomeno la sua fede acustica di chitarrista fingerstyle che sa come corredare di gusto e di scena il suono… suono che nella title track dell’ascolto si affida però ad un pianoforte soltanto (o quasi)… e qui il tutto è celebrativo di una canzone d’autore davvero classica e fedele alla linea.

Davvero la chitarra acustica, che in prima battuta ci saremmo attesi assai protagonista, visto il personaggio in campo, in questo disco lascia ampio spazio alla forma del tutto, al linguaggio delle canzoni. Dal pop al blues, dalle pennellate fossatiane a quelle de gregoriane. C’è tutto e c’è anche una sensibilità nel narrare la vita, la sua, quelle delle anime che lo circondano… un buon fotografo sociale davvero… e forse, oserei pensare, troppo “ingenuo” quando si mette alla ricerca di allegorie e similitudini, quando vuol risolvere con metafore e cambi di rotta. In tal senso, forse, sul piano lirico cerca lo scontro con modelli troppo distanti e inarrivabili (almeno per ora, sembra) e non sempre quindi si dimostra all’altezza del compito. Ma sono dettagli miei personali che lasciano il tempo che trovano…

Diversamente e forse più oggettiva la resa del suono che spesso è sottile, opaca, dimostra davvero di appartenere a modi antichi di pensare alla forma canozne. Si pensi a brani come “Parakalò” che sembra davvero uscito dagli anni ’70… o i sint di riempimento di “Ufo Robot” che mi riporta inevitabilmente nel pop d’autore anni ’80 di tantissimi come Concato, Audio 2 (per saltare di tempi e frasche)… e compagnie cantando… e il mix della voce si attesta soprattutto in questa fascia generazionale, in questo tempo che non è quello moderno…
“In fondo al ‘900” non poteva certamente essere un disco di oggi per quanto è oggi che vede la luce… avrei preferito un suono più caldo e dettagliato, una personalità maggiore come si assapora nella chiusa “Adiós amigos”… ma forse sarebbe stato incoerente sia con la sua origine artistica sia con gli intenti della sua narrazione. È un disco di contenuto, di narrazione, un disco che fa i conti con il tuo di tempo e ne esce a testa alta.