Akes, una “Revolution” fuori dall’Hip-Hop

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Revolution” è il titolo dell’ultimo album dell’artista romano Akes, pubblicato lo scorso 21 gennaio in tutte le piattaforme digitali. Nove tracce con le produzioni di Dr. Wesh, Alessandro Gemelli, Cirielli e Reizon che spaziano dall’electro all’EDM, dal pop alla fidget house. In questa intervista ci racconta qualcosa in più di come è nato e dei suoi progetti futuri.

“Revolution” è il tuo quarto album, cosa è cambiato da “Malizia” del 2017?

Quando ho pubblicato “Malizia” ero un ventiduenne ingenuo che voleva cambiare il sistema con un paio di occhiali a cuore indosso, avevo i sentimenti e le canzoni giuste ma non ero consapevole di come avrei potuto rompere le regole dell’omologazione in maniera efficace. Maturando di album in album ho fatto pulizia delle mie idee e sono cresciuto come uomo oltre che come artista, pensate che ai tempi di “Malizia” ero convinto che il miglior pezzo dell’album fosse “Miss Web”. Ora “Migliore Amica” è la  canzone più conosciuta nel mio canale youtube e continua a salire di numeri e ad essere ascoltata. I brani profondi restano nel tempo, e con “Revolution” ho puntato tutto sulla profondità d’animo.

Come sono nati i brani di Revolution? Hai scritto prima il testo o hai lavorato direttamente sui beat?

La maggior parte dei testi stavolta sono nati prima del beat. Per Loop ho addirittura registrato la a cappella con i BPM immaginando la struttura della base ancor prima che fosse stata prodotta. Ovviamente una volta finiti i beat ho dato una rifinitura qua e là su alcune parole e melodie, ma, essendo un album molto “pesante” doveva partire dai testi.

Perché ti senti completamente fuori dalla scena Hip-Hop?

Nonostante abbia frequentato cerchie di freestyle, contest, jam e chi più ne ha più ne metta io non condivido per nulla questa voglia di fare gruppo da parte della scena. Sembra che ogni artista si senta insicuro da solo e che debba avere per forza il supporto dei colleghi per emergere, io negli anni ho capito che per me non è importante cosa ho attorno, ma le canzoni e di conseguenza vado per la mia. Poi c’è da aggiungere anche che io non fumo, non mi drogo e non mi piace “flexare” cose, di conseguenza mettermi in quel giro è una perdita di tempo ai fini del mio lavoro. Non è un discorso solo umano, ma anche proprio di strategia.

Al di fuori del mondo rap, con chi ti piacerebbe collaborare?

Io adoro i gruppi new metal, mi piacerebbe collaborare con i Sum 41, o con i Thousand Foot Krutch, gli Skillet, i Breaking Benjamin, i Bring Me the Horizon e altri gruppi di questo genere. Li sento affini non solo nel sound (oscuro ed emozionale), ma, anche nelle tematiche dei testi molto profonde e anti-sistema. Sono gruppi con milioni e milioni di fan in tutto il mondo perciò devo salire di qualche gradino prima di arrivarci, tempo al tempo.

Cosa c’è nel tuo futuro artistico?

Dei nuovi album ancora più cyber emotivi di “Revolution”, stay tuned. Ho già pronto un altro pacchetto di canzoni antisistema che puntano dritte al cuore.

Il film Matrix ha chiaramente esercitato su di te un forte influenza estetica e culturale. Ti piacerebbe lavorare su una colonna sonora?

Se il film segue il filone sci-fi di Matrix sarebbe stupendo. Fra un anno uscirà il quarto capitolo della saga e sarebbe un sogno prestare la mia voce per una pellicola così epica. Penso che musica e cinema vadano a braccetto ormai, visto che il video è una componente fondamentale di ogni musicista odierno.

Assieme a Dr. Wesh, che ha prodotto quasi tutto il disco hai pubblicato il libro “I segreti dell’autotune”. Vuoi parlarci di questa esperienza?

Io mi sono occupato dei capitoli sull’interpretazione dell’effetto e Wesh del settaggio. Abbiamo rispettato ognuno il lavoro dell’altro e ne è uscito un ottimo libro per chi vuole imparare a suonare da toplayer col tune. Questa esperienza mi ha permesso di capire che la mia abilità di songwriter è richiesta, e vi anticipo che ci sarà una sorpresa a riguardo per quanto riguarda la questione “manuali”.

Sei favorevole alla proliferazione dei live in streaming?

Ho partecipato anche al servizio streamyourlive tempo fa, un servizio nato dalla mente di alcuni ragazzi della mia zona che hanno una sala prove eccellente. Hanno ricreato uno stage da palco all’interno di una delle loro sale e trasmettono la performance live dell’artista direttamente in streaming. È un’ottima idea soprattutto in tempi di restrizioni come queste. Ovviamente essendo anti sistemico preferisco il live vero e proprio. Nel futuro immagino che le persone potranno scegliere se guardare il live direttamente in streaming o sottopalco, una cosa non esclude l’altra.

Quando ricominceranno i concerti hai già pensato come impostare il tuo show?

Ci saranno luci verdi dappertutto, qualche coreografia e un’atmosfera da futuro distopico, voglio far sentire i miei ribelli parte dello show, tutti con la maglia “Ribelle” a cantare con me. Non vedo l’ora finisca questa prigonia!