A Loreto con Boetti, un’intervista al tritolo

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Boetti è un nome che oramai la scena conosce, e bene.

Dietro il muro di suono eretto dal duo di Prato a colpi di distorsore e rabbia generazionale, si nasconde la vena poetica di un progetto cresciuto a pane e cantautorato, che sente di aver cose da dire e decide di urlare in faccia a chiunque, nel 2021, abbia ancora il coraggio di non sedersi sulle pose emulative dell’emergente di turno.

Boetti ha a cuore, prima di tutto, la propria onestà intellettuale. E lo si avverte, e senza difficoltà, ad ogni nuova pubblicazione di quello che, a nostro parere, risulta essere l’ispirato epigono dell’ultimo movimento alternativo italiano, richiamando l’estetica degli Zen Circus o le ultime frontiere di Emma Nolde (non a caso, il produttore è il medesimo per tutti e tre, Andrea Pachetti).

In occasione dell’uscita di “Loreto”, abbiamo fatto qualche domanda a Boetti. Le risposte sono tutte da ‘godere’.



Boetti, diteci in poche parole perché dovremmo ascoltare “Loreto”, il vostro terzo singolo.

Perché è troppo tempo che non andiamo a un concerto, che non ci sfoghiamo urlando insie- me in una piazza piena di gente, che non balliamo sudati e senza grazia urtando gli uni con- tro gli altri, rovesciando la birra sui pantaloni. Per tre minuti potrete rivivere almeno l’illu- sione di tutto questo.

Cosa vuol dire, nell’era dell’indie, essere indipendenti? Grande libertà o limite in- gravidante?

Ormai essere indipendenti vuole quasi dire essere svincolati dall’indie, almeno dalla logica imperante dell’it-pop. Ci piace definirci indipendenti perché facciamo musica “indipendentemente da”. Indipendentemente dal fatto che non ci sono quasi più chitarre nelle canzoni che oggi vanno per la maggiore, indipendentemente dal fatto che nei testi non si senta più parlare di rabbia, di temi sociali, di esistenza collettiva, ma solo di una visione personale (quindi parziale) dei sentimenti. La nostra libertà sta nell’essere semplicemente spontanei, individuare prima il contenuto, poi la forma e solo infine i destinatari.

Raccontateci una storia che comprenda i titoli dei vostri tre singoli usciti fin qui. Ebbene sì: deve anche raccontare qualcosa di sensato, che dia il senso della vostra mu- sica.

Faccio vasche per il centro di Milano, zona LoretoCorso Buenos Aires, sfoggiando i miei nuovi abiti griffati (presi durante i saldi). Saluto al volo i miei raga, risate e bomberismo, aperitivo in Darsena: ci chiamano “ragazzi d’oro”. Come ogni giorno, oggi è Sabato. Il nostro passatempo? Sbronza da negroni. Otto ore, dal tramonto all’alba fumiamo, flexiamo. Giuro che prima o poi lo faccio: non ci torno più a casa, mia ‘psicomadre’ mi aspetta sempre sveglia (sì, se vuoi avere il cash per goderti il weekend devi esser pronto a vivere con i tuoi anche a trent’anni) e maledice il giorno in cui sono nato. Buttate il mio cadavere nel Naviglio, che io sia inghiottito per sempre dalla corrente.

Quanto conta per voi, oggi, “fare numeri”? A volte, si avverte la paura che oggi a contare davvero sia tutto ciò che non dovrebbe avere valore, se non perché supportato da una qualità.

Fin dai tempi delle scuole, ma anche nel mondo del lavoro quando si tratta di calcolare il fatturato di un’azienda, il numero è l’indice inequivocabile del tuo successo o fallimento. Per questo sarebbe da bugiardi dire “me ne frego dei numeri”. Quello che occorre gestire e spesso riformulare è però l’aspettativa che nutriamo verso questi, il peso che decidiamo di dare alla statistica. Il numero non decreta in valore assoluto la qualità della tua proposta (per ogni singolo pubblicato riceviamo e decliniamo le proposte di troppe playlist a pagamento: sarebbe come photoshoppare la carta d’identità). D’altra parte però, se con il passare del tempo aumentano gli stream e le interazioni, vuol dire che stai facendo un buon lavoro an- che a livello promozionale social. Si vive di risultati, quindi perché demonizzare?

Insomma, arriverà questo disco?

Non vediamo l’ora di pubblicare il disco completo. Ancora non ci siamo arresi alla possibilità di poterlo suonare in giro, non appena la situazione sanitaria sarà quanto meno sotto controllo. Ci abbiamo messo un intero anno a realizzarlo, registrando quasi una canzone al mese come a voler creare un percorso a tappe (percorso di maturazione e di consapevolezza che non sarebbe stato così formativo, se invece avessimo scelto di fare un’unica session di uno o due mesi). Farlo uscire in tempo di lockdown, senza concerti, per il genere di musica che facciamo e per il fatto che siamo un progetto esordiente, sarebbe come non chiudere un cerchio, come una ciambella senza il buco.