RUSTY BRASS E LE INCISIONI BARBARICHE – LEGGI L’INTERVISTA

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RUSTY BRASS – INCISIONI BARBARICHE (autoproduzione)

https://open.spotify.com/intl-it/album/43AWAyJfoQGbokM3TnbZxL?si=ax5iVbV_SQuqWlUFyaPB8A

 

 

Incisioni barbariche è l’esordio discografico dei Rusty Brass, formazione pan-bresciana forte di 3 trombe, 2 tromboni, bassotuba  e basso elettrico, batteria e percussioni.

L’inizio è travolgente, fedele al titolo: una primitiva nebbia sonora da cui si dipana, misterioso e carico di tensione, il canto di una tromba, che scatena l’orda barbarica; ma non è il momento del saccheggio o della battaglia, è la festa, è la danza, è la disco, è Longoparty.

La seconda traccia, Sagai, innesta su un inesorabile funk il testo programmatico – e labirintico: “È arrivato il momento in cui si canta/solo che non so di che parlare/ti dirò, la strumentale non mi stanca/e non ho voglia di cantare”. Alla formazione di ottoni si affianca, in Marcia dei vinti, il suono del vibrafono di Olmo Chittò, che allaccia elegantemente le due parti del brano: una marcia dal carattere dimesso ed un reggae orientaleggiante che suona come una redenzione. È poi il turno di Andrew, rielaborazione in chiave New Orleans (con derive balcaniche) della celebre ‘Andrea’, fedele resa della parata di strada arricchita dal sax di Luca  Ceribelli e dalla batteria di Nanni Gaias.

Pezzo X è l’introduzione cupa, monologante e teatrale della traccia seguente: Iron Rage, ruggito arrugginito che aggredisce l’ascoltatore e sgomenta tra rap, trombe mariachi, dialetto bresciano e strepiti barbarici. Subito dopo O.O, poesia luminosa che da un tema sereno e semplice culmina nel canto dell’intera band e torna dolcemente alla calma, dimostrando tutta la duttilità degli ottoni.

La traccia seguente si apre con una descrizione d’altri tempi dei Rusty Brass, un manifesto a dire il vero un po’ ingiallito del concerto che inizia subito dopo: Scherzo finito male. Ma la musica incalzante ed il ritmo sono interrotti da chi in strada pretende la quiete: ‘Ma la volete finire? La piantate con quel megafono? Ma state ancora suonando?’. Chi avrà l’ultima parola?

Il disco si era aperto con la disco longobarda, e si chiude col funk bresciano (anche detto fànc, cioè fango) di Chei de là del fos (Quelli di là dal fosso: i rivali). Una sassaiola di note, nessun ferito, tutti ballano e rotolano nel funk, dimenticando i confini spazio-mentali che ci separano.

 

 

L’intervista

 

 

Come definiresti, musicalmente e concettualmente il tuo disco? 

E’ un po’ il nostro manifesto programmatico: otto ottoni otturati che si divertono e vogliono far divertire, anzi no, smuovere il pubblico, coinvolgendolo come parte attiva di un repertorio variegato per stile, genere e mood (la “barbarie” nel titolo è intesa sia come forte impatto sonoro sia come contaminazione tra elementi diversi tra di loro), e che pur avendo le proprie idee non si prendono mai troppo sul serio, perché alla fine l’unico nostro riferimento è la “Brass music”, ossia tutta la musica che si può fare coi nostri strumenti (gli ottoni), senza limiti fisici e mentali di sorta. 

 

E’ difficile arrivare a una “quadra” per la realizzazione dei brani considerando che siete in otto? 

Complesso sì, ogni brano è un racconto a sé. Non ci piace lavorare su schemi preconfezionati, anche perché ormai ci sarebbe l’intelligenza artificiale con cui fare i conti. Ma la musica originale non può essere sempre ricondotta a delle formule prestabilite, e quindi è complesso rispondere anche a questa domanda. A volte il brano gioca sull’essenzialità, e con pochi effetti si arriva al risultato sperato. A volte si conserva il nucleo del brano ma tutto il resto è messo in discussione e cambia forma. Alcuni brani li abbiamo scritti in pochi giorni. Altri derivano da rimaneggiamenti di idee di progetti precedenti con altre persone, altri strumenti. Diciamo che il grosso della composizione lo facciamo a casa, carta e penna, o meglio pc e tastiera. Poi in sala arrivano molti feedback e quindi si modifica il brano, succede anche di ripartire da zero, ma comporre a 16 mani, in una stanza, con 2 ore a disposizione richiederebbe degli sforzi eccessivi. Forse un domani affronteremo un approccio più condiviso anche di questo. Per ora la metodologia di “un compositore, 7  consiglieri” sembra la più funzionale.
Una volta ho assistito a un concerto dove nulla era preparato, una jam session pura, senza standard o canovacci da seguire. Il brano è durato 2 ore. Scoprire che si può maturare un interplay così comunicativo, semplice e genuino come una conversazione sull’alimentazione, è stato qualcosa di sbalorditivo. Diciamo che un ensemble di strumenti a fiato complica molto un approccio di questo tipo. Insomma è più facile farla girare bene con 2 chitarre basso e batteria, però mai dire mai. Potremmo saltare l’ipotesi di creare in sala prove per buttarci direttamente nella performance estemporanea. Per ora sudiamo su altre preoccupazioni e teniamo l’idea nel cassetto. 

C’è uno strumento che da “il La” alla scrittura dei brani od ogni volta il processo creativo è diverso? 

Ogni volta la genesi creativa è diversa; in alcuni casi si parte dal tema principale (molto spesso assegnato alle trombe), in altri dal giro di basso (che nel caso dei brani funky -per dire- è molto più importante del tema stesso, che in questo genere o è molto in secondo piano o è addirittura quasi assente). A volte si parte dall’effetto sonoro o dinamico e non da uno strumento. Altre da musiche di riferimento, che sono portatrici di forte ispirazione, quali la musica folkloristica, da cui estrapoliamo dei colori e adattiamo ai nostri strumenti. 

La prima parola che viene in mente ascoltando il vostro disco a un ragazzo della vostra età? 

Andiamo dai 20 ai 40 anni, perciò è una domanda difficile. Diciamo che a uno sulla media dei 30 potrebbe venire in mente “trombare”. Ma in realtà è una battutaccia intergenerazionale che ogni trombettista e trombonista deve saper sopportare a vita. 

Il disco può suggerire molte immagini, ma allo stesso tempo parla poco, nel senso che è musica per lo più strumentale. Quindi, se non vedesse la copertina e il titolo dell’album che descrivono abbastanza i nostri intenti comunicativi, potrebbe suggerire “novità”. Non che vogliamo farci portavoce di alcunché, ma la musica “brass band” è potenzialmente molto variegata e molte persone ignorano anche solo l’esistenza di queste formazioni. Ad oggi c’è una cultura molto forte in America e in Serbia. Due paesi che condividono solo l’amore per le brass band. Forse potrebbe essere la chiave di volta per la pace nel mondo… Comunque, tornando al tema della brass come “nuovo”, nel repertorio classico gli ottoni son stati adottati nel Rinascimento, e ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti, altro che novità. Ma c’è una band tedesca dei giorni nostri che si è reinventata “techno brass”. Hanno pensato che in 11 persone avrebbero potuto guadagnare di più che come dj in solo, e hanno indovinato. A noi, sia i madrigali rinascimentali che la techno ci stanno un po’ stretti, quindi abbiamo deciso di rimanere più “gender fluid” se ci passate il termine senza voler offendere nessuno. E quindi il risultato è che stiamo esplorando fuori dai confini della “brass band” new orleans, o funk, o balcanica. Ma abbiamo optato per una brass band all’italiana, un po’ cerchiobottista che si adatta perfettamente a qualsiasi contesto. L’unica certezza è “tanti auguri a te”, che stai sicuro un concerto su tre ti arriva la richiesta.  

Quindi per questo un po’ “nuova”, che fa musica originale e varia, che molti ignorano, che trae ispirazioni da più fonti e che più che limitarsi a una descrizione univoca si presta alla metamorfosi e al mutamento. Forse il risultato è meno commerciale e standardizzato dei prodotti discografici di punta ma chissenefrega. Ognuno faccia quel che vuole, per i soldi, per il sesso, per gli acufeni.
 

E la prima parola che viene in mente a te ascoltando IRON RAGE (il pezzo secondo me più riuscito del disco)? 

Altra domanda difficile, non è facile giudicare “a pelle” qualcosa che si ha già eseguito molte volte e che si conosce già. Sicuramente l’impatto psicologico che si ha nel sentire finalmente un proprio brano cristallizzarsi in un formato audio di alta qualità (anziché ascoltarlo da una registrazione audio fatta col telefonino), è assimilabile quasi a quello di sentirne uno nuovo per la prima volta. Il nostro obiettivo per la realizzazione di questo brano era di suscitare negli ascoltatori una prima reazione del tipo: “Wow questo pezzo spacca di brutto” (speriamo di esserci riusciti). Alla fine un po’ inaspettatamente siamo riusciti a trovare uno di noi con il timbro, il flow e la dizione da rapper, dopo un lungo -ma divertente- casting in cui quasi tutti si sono messi in gioco per cercare di diventare il nuovo Fabri Fibra: ha vinto il nostro percussionista Luca Marchesi, che si è meritato così l’appellativo di “unico vero rapper del futuro”. Speriamo anche di aver (di)mostrato che si può anche far rap con le trombe…