LUCA LEONE…Harlem You wrote the rules

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Ci parli della sua passione per la scrittura, come è nata?

Scrivere non è propriamente una passione, ma più un’esigenza, un modo di esprimersi. Chi scrive lo fa perché vuole raccontare qualcosa che con il linguaggio parlato non riesce a fare. Ho iniziato da piccolo tenendo un diario su un blocchetto minuscolo scritto a penna con inchiostro verde. Ma ci tengo a precisare che non sono uno scrittore. Gli scrittori sono quelli che fanno letteratura, io racconto storie.

 

Chi è lei oltre la sua penna?

Una persona normalissima persa, come tutti, nella quotidianità tra lavoro, traffico, bollette da pagare e via dicendo. Preoccupato per i propri figli e per i loro sogni che vanno troppo veloci ed ai quali è difficile stare dietro.

 

Ci parli del suo libro: la storia, i personaggi principali e altre curiosità

Harlem è la storia di un’amicizia nata al Rucker Park e che ha in questo famosissimo playground il collante che tiene legate le vite di personaggi fantastici. Lo stesso fondatore Holcombe Rucker meriterebbe un libro tutto suo. Stiamo parlando di un quartiere profondamente nero che fa cultura lottando in un mondo dove il nero è il colore sbagliato che spesso e volentieri viene represso anche nelle idee. Harlem è povero, non ha acqua calda, non ha ambulanze né autobus. Non viene raccolta la spazzatura e le forze dell’ordine si fermano prima dell’ingresso, al confine nord di Central Park. Alla fine degli anni sessanta la situazione era questa e in questo clima Joe e Richard si conoscono e crescono, diventano uomini senza esserlo mai veramente; buttano alle ortiche un talento fuori dal normale nel basket preferendo i soldi facili della criminalità che gli permettevano di avere una vita lussuosa lì dove il lusso era un concetto sconosciuto. Joe e Richard sono due personaggi reali come la maggior parte di quelli descritti nella storia e nel 1971 giocano una partita leggendaria contro una squadra di professionisti, tra i quali Doctor J, proprio al Rucker Park. Una partita di cui si parlerà per sempre.

 

Quali sono i suoi prossimi progetti in campo editoriale?

Dopo due romanzi dedicati in qualche modo allo sport, sto scrivendo una storia avventurosa, una di quelle che mi piacevano tanto da bambino, alla Goonies, per intenderci.

 

Qual è la sua idea in merito al mercato dell’editoria in Italia?

L’editoria è un mondo difficile, che andrebbe regolamentato meglio. Chi scrive vuole vedere pubblicato il proprio lavoro, spesso non importa come, basta che sia pubblicato. Ci sono gruppi editoriali importanti che dettano le regole e case editrici minori che galleggiano, magari anche con dei titoli ottimi che però non hanno visibilità e non l’avranno mai. L’opera deve tornare ad essere il centro di tutto e più che altro bisognerebbe tornare a leggere perché leggendo ci si riappropria del tempo, fra le altre cose, la cosa più preziosa che abbiamo.

 

Se tornasse indietro cosa rifarebbe e cosa non rifarebbe prima della pubblicazione della sua opera?

Ho fatto leggere il romanzo a due miei amici appassionati di storia USA, le loro critiche sono state costruttive. È una cosa da fare sempre, perché l’autore pensa sempre di aver scritto la Divina Commedia. Accettare le critiche è fondamentale: ascoltare, filtrare, correggere. Poi non scendere mai a compromessi. Se il libro vale troverà la sua strada.

 

Quale colonna sonora abbinerebbe al suo libro?

Due brani di sicuro calzano a pennello. Ghetto Gospel di 2Pac e Inner City Blues di Marvin Gaye

 

Come si vede tra dieci anni?

Simile a mio nonno… un vecchio brontolone, a volte rabbioso, ma con un cuore immenso e la capacità straordinaria di tenere inchiodati a terra decine di bambini mentre raccontava una favola. Mi manca molto.

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